Dallo scarto al valore: il caso di una start‑up lombarda che trasforma gli scarti del mobile in business circolare

Nel cuore della Lombardia, tra officine di falegnameria e piccole aziende metalmeccaniche, è nata una risposta imprenditoriale a un problema storico della filiera del mobile: gli scarti e i componenti invenduti che appesantiscono costi e impatto ambientale. Questa settimana esploriamo il caso di una start‑up che ha trasformato rimasugli industriali in una piattaforma di valore, con ricadute economiche e ambientali per le PMI locali.

Contesto: la Brianza e l’intero distretto lombardo vantano una tradizione manifatturiera forte, specialmente nei settori dell’arredo e della lavorazione del legno. Le piccole e medie imprese rappresentano l’ossatura del territorio, ma devono sempre più confrontarsi con pressioni sui margini, vincoli ambientali e una domanda di economie circolari. In questo scenario è nata una nuova generazione di imprese che uniscono digitalizzazione e sostenibilità per convertire un costo — i materiali di scarto — in un’opportunità di ricavo e resilienza.

Analisi: la start‑up oggetto del caso — nata da tre giovani imprenditori locali con background in ingegneria gestionale, design e supply chain — ha creato una piattaforma B2B che connette produttori di mobili e fornitori di materiale usato, offrendo servizi di raccolta, certificazione e trasformazione. Il modello combina logistica condivisa, progettazione per il riuso e un marketplace digitale che facilita la vendita di componenti ricondizionati o semi‑lavorati.

Dal punto di vista operativo, la soluzione è articolata in tre moduli: (1) sensori e processi di selezione in officina per classificare qualità e potenziale riuso, (2) hub locali per ricondizionamento e crioconservazione, (3) piattaforma digitale per ordini e certificazione del ciclo di vita. Questo approccio ha permesso di ridurre i volumi di rifiuto destinati allo smaltimento e creare nuove linee di fatturato per le PMI coinvolte.

I numeri preliminari (con valori indicativi forniti dalla start‑up) mostrano l’impatto: il tasso di riutilizzo dei materiali è salito fino al 45% per le aziende pilot, con una riduzione dei costi di smaltimento del 30–40% e una nuova marginalità derivata dalla vendita dei componenti non più scartati. In termini occupazionali, la riconversione ha generato piccoli poli di lavoro per attività di ricondizionamento, design e logistica a livello locale.

Importante è il ruolo della collaborazione: la start‑up ha stipulato accordi con consorzi di imprese locali e centri di formazione professionale, valorizzando competenze tradizionali (falegnameria, tappezzeria) integrate da nuove figure (specialisti in economia circolare e data analyst). Inoltre, la piattaforma ha aiutato le PMI a migliorare la tracciabilità dei materiali, requisito sempre più richiesto dai clienti e dai regolatori.

Esempi concreti: una bottega di Brianza che produce complementi d’arredo ha ridisegnato una linea utilizzando pannelli recuperati certificati dalla piattaforma, trovando una nicchia di clienti interessati a prodotti a basso impatto e pagando un premio di prezzo del 15–20% rispetto alla gamma standard. Un’altra azienda ha convertito componenti in eccedenza in moduli per contract, aprendo contratti con studi di architettura orientati alla sostenibilità.

Implicazioni future: il caso evidenzia alcune tendenze e nodi critici per la diffusione di modelli circolari nelle PMI lombarde. Prima, la replicabilità: la logistica dei materiali e la standardizzazione delle qualità sono sfide che richiedono infrastrutture di prossimità e strumenti digitali condivisi. Secondo, il capitale: le start‑up come questa necessitano di investimenti iniziali per hub di rigenerazione e sviluppo software; strumenti finanziari dedicati e incentivi pubblici possono accelerare la scalabilità. Terzo, la domanda: il successo dipende dalla capacità di comunicare valore al cliente finale e di creare canali distributivi che apprezzino la storia e la tracciabilità dei materiali.

Per le PMI di Monza e della Brianza il messaggio è chiaro: trasformare gli scarti in risorse è possibile, ma richiede una combinazione di innovazione di processo, partnership territoriali e una visione di medio termine. Se supportati da politiche locali e accesso al capitale, questi modelli possono diventare un fattore competitivo distintivo, riducendo costi, migliorando l’immagine e aprendo nuove nicchie di mercato. La sfida ora è portare questi esempi da sperimentazioni locali a una pratica diffusa: una transizione che, se ben gestita, rafforzerà la resilienza e la sostenibilità del tessuto produttivo lombardo.

In chiusura, il caso esaminato mostra come l’innovazione non nasca solo da tecnologia avanzata, ma anche dalla capacità di riorganizzare filiere tradizionali con strumenti digitali e principi di economia circolare. Per la Brianza e la Lombardia, questa rappresenta una strada concreta per conciliare tradizione manifatturiera e modernizzazione sostenibile.

PMI di Monza e Brianza: spinta verso sostenibilità e digitalizzazione tra opportunità e ostacoli

Monza e Brianza sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nel sistema manifatturiero lombardo, con una fitta rete di piccole e medie imprese che sta affrontando una duplice sfida: rendere i processi produttivi più sostenibili e integrarli con strumenti digitali. Questa trasformazione interessa comparti storici — dal mobile al tessile, dalla meccanica di precisione ai servizi alle imprese — e condiziona la competitività locale a livello nazionale ed europeo.

Introduzione: contesto e motivazioni

La pressione regolatoria europea, la sensibilità crescente dei clienti verso prodotti a basso impatto ambientale e l’aumento dei costi energetici hanno spinto molte PMI brianzole a ripensare strategie e investimenti. Parallelamente, la digitalizzazione (Industry 4.0, piattaforme cloud, analisi dati) si è rivelata uno strumento chiave per migliorare efficienza, tracciabilità e rapporti con la filiera. Monza e Brianza si trova così al crocevia tra tradizione manifatturiera e innovazione tecnologica: il successo delle imprese locali dipenderà dalla capacità di conciliare questi due assi.

Analisi con dati ed esempi

I segnali di cambiamento sono evidenti, sia nei programmi pubblici che negli orientamenti privati. Studi locali e osservatori di settore rilevano che una quota crescente di PMI nella provincia ha avviato audit energetici e percorsi di certificazione ambientale. Le iniziative vanno dall’installazione di pannelli fotovoltaici sui capannoni alla sostituzione di macchinari con soluzioni a basso consumo, fino all’adozione di materie prime più sostenibili nelle filiere del mobile e del tessile.

Un caso rappresentativo è quello di una media impresa di arredamento brianzola che, negli ultimi tre anni, ha riorganizzato la produzione introducendo un sistema ERP integrato, sensori IoT per il monitoraggio dei consumi e un piano di eco-design per ridurre gli scarti. Il risultato: diminuzione dei costi energetici, migliore gestione delle giacenze e apertura a mercati esteri attenti alla sostenibilità. Altro esempio riguarda un’officina meccanica che ha sfruttato incentivi per l’efficientamento e ha introdotto macchine a controllo numerico connesso: ciò ha permesso di aumentare la produttività senza incrementare l’occupazione, migliorando la marginalità per commessa.

Non mancano iniziative di sistema: reti di imprese e consorzi locali stanno sperimentando piattaforme condivise per la logistica inversa (riciclo e riuso dei materiali) e per la certificazione di filiera. Anche le banche locali e gli operatori finanziari offrono linee di credito dedicate agli investimenti green e digitali, spesso abbinate a consulenze tecniche per superare la complessità delle procedure di accesso ai fondi.

Tuttavia esistono ostacoli significativi. Molte PMI segnalano barriere burocratiche, difficoltà di accesso a competenze digitali avanzate e carenza di risorse finanziarie per sostenere investimenti iniziali. Inoltre, la maggior parte delle imprese è ancora caratterizzata da processi artigianali e modelli organizzativi che richiedono tempo per essere riconfigurati.

Implicazioni future

Per i prossimi anni si delineano alcune implicazioni strategiche. Primo: la sostenibilità non sarà più un elemento differenziante ma un requisito minimo per accedere a mercati evoluti; le PMI che investiranno ora godranno di un vantaggio competitivo duraturo. Secondo: la digitalizzazione fungerà da leva moltiplicatrice, non solo per l’efficienza operativa ma anche per la personalizzazione dei prodotti e la gestione della relazione cliente-fornitore. Terzo: la formazione e la collaborazione saranno decisive: investire in competenze digitali e creare sinergie tra imprese, università e centri di ricerca può ridurre i tempi di adozione delle nuove tecnologie.

Sul piano delle policy locali, l’azione combinata di incentivi mirati, sportelli di assistenza tecnica e incentivi alla cooperazione produttiva potrebbe sbloccare molte potenzialità. Inoltre, una comunicazione efficace sui benefici economici degli investimenti green — non solo ambientali ma anche di produttività e accesso ai mercati — aiuterebbe a ridurre la percezione di rischio tra gli imprenditori.

Conclusione

Monza e Brianza possiede i fattori distintivi per gestire la transizione: un tessuto industriale variegato, una cultura imprenditoriale radicata e una posizione strategica nel sistema produttivo lombardo. La sfida consiste ora nel trasformare spinte individuali in un progetto collettivo che renda il territorio più resiliente, digitale e sostenibile. Le imprese che sapranno orchestrare tecnologia, capitale umano e sostenibilità saranno le protagoniste della nuova fase di crescita.

Lavorare meno: la settimana corta regala più tempo per il benessere

Oggi esistono le condizioni tecnologiche ed economiche per tagliare il tempo dedicato al lavoro, riducendo la settimana lavorativa a quattro giorni. Lo pensa il 71,3% degli occupati italiani.
Per il 55,1% dei dipendenti far carriera non è più una priorità nella vita, e il 64,7% concepisce il proprio lavoro solo come fonte di reddito. Inoltre, per il 44,7% degli occupati il lavoro è più un obbligo che una passione.

E se il 51,1% preferirebbe un’azienda di cui condivide i valori piuttosto che essere pagato di più, per l’88,2% avere più tempo per sé stessi e per il proprio benessere dovrebbe essere un diritto esteso a tutti. 
È quanto rileva il 9° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato con il contributo di Campari, Credem, Edison e Michelin.

Il 57,7% dei giovani pratica il right to disconnect

Ricevere e-mail, messaggi, telefonate fuori dell’orario di lavoro mette ansia al 45,8% degli occupati. E il 43,9% sceglie di praticare il right to disconnect, non rispondendo a e-mail, messaggi, chiamate fuori dall’orario lavorativo. In particolare, giovani (57,7%) e 35-49enni (47,5%).

Per il 57,7% degli occupati, poi, la propria retribuzione non è adeguata al lavoro che svolge, e il 55,4% pensa che la propria retribuzione non consenta di risparmiare. 
Il 52,4% degli occupati è anche convinto che con il lavoro non si diventi benestanti e il 78,9% dei lavoratori non si sente abbastanza valorizzato, mentre il 62,2% lamenta insufficiente autonomia.

La stanchezza psicofisica degli occupati

Secondo il 32,5% degli occupati il job hopping, cioè il cambio frequente di azienda, è maggiormente efficace per ottenere retribuzioni più alte rispetto alla fedeltà a una singola azienda. 

Al contempo, al 68,3% degli occupati capita di provare forme di “fatigue”, con estrema stanchezza psicofisica ed emotiva al lavoro.
In particolare, al 54,0% dei lavoratori è capitato almeno una volta di soffrire di ergofobia, ovvero, di avere paura all’idea di recarsi al lavoro, e al 21,7% capita di soffrire della sindrome dell’impostore, dubitando delle proprie competenze e successi e cercando di continuo l’approvazione altrui. 

Il prisma deformante dei social e il timore per l’AI

Il 36,7% degli occupati italiani utilizza l’Intelligenza artificiale nel proprio lavoro, ma il 42,6% teme che l’AI possa sostituirlo nelle proprie mansioni, e il 55,3% pensa che i dirigenti della propria azienda ripongono più fiducia nelle nuove tecnologie che nei lavoratori. 

Oltre al pericolo AI sussiste però anche quello dei social media. I social, infatti, proiettano un’idea di lavoro attraente, fatta di libertà, viaggi e successo personale.
Un’immagine del lavoro che il 64,4% degli occupati italiani ritiene fuorviante, irreale e falsa. La realtà è molto diversa.

Immobiliare: mercato vivace, ma i redditi sono fermi

Nel nostro Paese aumentano le compravendite, ma sempre meno persone si sentono in grado di comprare davvero. È questa l’immagine che emerge dall’ultimo rapporto elaborato da Nomisma, un paradosso un po’ spiazzante del rapporto tra italiani e abitazione.

Perché se è vero che il mercato residenziale dà segnali di una certa vitalità, è altrettanto vero che per molte famiglie le entrate che non bastano più.

Redditi fermi, spese sempre più alte

Solo il 35,8% degli italiani ritiene di guadagnare abbastanza per coprire le spese essenziali. Non è solo una percentuale: è la misura di una sensazione diffusa di precarietà. Dall’altra parte cresce chi definisce il proprio reddito appena sufficiente o del tutto inadeguato: si parla di circa un quinto della popolazione.

In questo scenario, comprare casa diventa un obiettivo sempre più lontano, soprattutto nelle città dove i prezzi restano altissimi.  

Chi paga di più

Le difficoltà non sono distribuite in modo uniforme. I nuclei più esposti alle pressioni economiche – famiglie numerose, single di mezza età, anziani soli – sono quelli che sentono di più il peso dell’incertezza.

Non stupisce allora che oltre un quarto delle famiglie dichiari di non riuscire a risparmiare e che circa una su tre dica di aver visto ridursi ulteriormente la propria capacità di mettere qualcosa da parte nell’ultimo anno.

Il mercato è attivo, ma l’accesso è selettivo

Eppure il settore immobiliare sembra in buona salute. Nel 2025 si stimano circa 770 mila compravendite, un volume superiore ai livelli pre-pandemici. Anche i mutui sono tornati a crescere con decisione, con un balzo superiore al 30% rispetto all’anno precedente.

Ma c’è un dettaglio che cambia la lettura: la quota di famiglie che riesce davvero a ottenere un finanziamento resta più bassa rispetto ai picchi recenti. Segno che il credito è tornato, sì, ma con criteri più selettivi.

Affitto da scelta a necessità

Quando l’acquisto non è possibile, l’affitto diventa praticamente una scelta obbligata. Oggi oltre la metà degli inquilini vive la locazione non come un’opzione, ma come unica possibilità. In un solo anno è cresciuta anche la quota di chi resta in affitto per periodi lunghi, fenomeno particolarmente evidente tra giovani, autonomi e professionisti.

L’offerta non soddisfa i nuovi bisogni 

Il cambiamento è dovuto anche alle trasformazioni demografiche: più persone sole, meno famiglie con figli, popolazione che invecchia. Il risultato è una domanda crescente di case piccole, flessibili, spesso condivise. Iniziano ad apparire formule come co-living, student housing e senior housing, ma l’offerta manca. La ‘colpa’?  Pochi nuovi cantieri e vincoli che rallentano il recupero degli immobili esistenti.

Come osserva Chiara Pelizzoni, il nodo vero è lo scollamento tra un mercato ancora dinamico e una platea sempre più ampia di famiglie che si sentono economicamente fragili. La casa resta un simbolo di stabilità, ma per molti rischia di trasformarsi in un miraggio.

Olimpiadi Milano-Cortina 2026: 5 milioni di presenze in agriturismo

L’impatto delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina si inserisce in un trend già strutturale di crescita turistica per l’Italia: soggiorni medi più lunghi, una spesa giornaliera più elevata e una domanda sempre più orientata alla qualità dell’esperienza, alla natura e al cibo di origine certa.
Più in particolare, l’effetto della vetrina olimpica porterà oltre 5 milioni di presenze negli agriturismi montani, intercettando una quota rilevante di visitatori alla ricerca di autenticità, paesaggi, produzioni locali e attività all’aria aperta.

Secondo le stime di Coldiretti e Campagna Amica, diffuse in occasione dell’apertura della Bit, la Borsa del Turismo a Milano, gli agriturismi montani rappresentano un modello che coinvolge migliaia di aziende agricole, rafforza i piccoli comuni e valorizza i territori dove nasce gran parte delle produzioni Dop e Igp del Paese.

Il binomio sport e buon cibo alla ribalta mondiale

Da anni ormai l’agriturismo rappresenta un componente fondamentale del turismo delle zone montane. Una struttura agrituristica su tre, infatti, è localizzata in montagna e la presidia, e oltre 13.000 agriturismi offrono attività di trekking, equitazione, ciclismo, escursionismo, realizzando ogni giorno quel binomio tra sport e cibo sano che le Olimpiadi portano alla ribalta mondiale.

Questa di Milano-Cortina è la prima edizione dei Giochi Invernali pienamente aperta al pubblico dopo la pandemia, con una visibilità globale che proietta i territori olimpici sotto i riflettori internazionali.

La ristorazione contadina accompagna l’appuntamento sportivo

In questo contesto, sono protagoniste Coldiretti e Campagna Amica, con una presenza diffusa nelle principali sedi di gara, trasformando l’appuntamento sportivo in un’esperienza completa che unisce sport, agricoltura e identità territoriale.

A Bormio, ad esempio, il Villaggio Coldiretti Valtellina accompagna per tutta la durata delle Olimpiadi atleti e visitatori con mercati a chilometro zero, ristorazione contadina e attività di animazione dedicate alle eccellenze agroalimentari locali.
E a Cortina d’Ampezzo l’Italia del cibo e delle filiere agricole trova spazio nelle iniziative promosse dalle due associazioni all’interno dei luoghi simbolo dell’accoglienza olimpica, valorizzando i prodotti del territorio e il legame tra alimentazione, benessere e sport.

Un acceleratore di sviluppo duraturo per la montagna italiana

E ancora, a Predazzo, nel cuore della Val di Fiemme, la presenza di Coldiretti anima le serate olimpiche con eventi e degustazioni che raccontano la montagna trentina, le sue produzioni e la cultura agricola che la presidia ogni giorno.

Le stime di Coldiretti e Campagna Amica indicano così che Milano-Cortina 2026 non è solo un grande evento sportivo, ma un acceleratore di sviluppo duraturo per la montagna italiana, capace di consolidare il turismo rurale ed enogastronomico come asset strategico ben oltre i giorni delle competizioni.

Tariffe telefoniche: rincari fino al 60% nel 2026. Come salvare il portafogli?

Nel 2026 le tariffe di telefonia mobile di principali operatori vedranno rincari fino a 60 euro l’anno. Poiché i prezzi rivolti ai nuovi clienti sono rimasti stabili, può essere il momento giusto per guardarsi intorno e identificare la tariffa più adatta alle proprie esigenze. Ma come fare a non finire dalla padella alla brace?

Facile.it consiglia, anzitutto, di leggere attentamente i dettagli dell’offerta che si sta sottoscrivendo. Quest’ultima potrebbe, infatti, avere durata limitata al periodo della promozione. Inoltre, l’operatore potrebbe applicare eventuali costi di recesso qualora si decida di cambiare prima della scadenza dell’offerta.
La prima strategia per risparmiare, comunque, è quella di scegliere un operatore unico per la telefonia fissa e mobile.
Alcune compagnie offrono sconti fino al 15%.

I rischi delle sottoscrizioni vincolate

Se poi non si ha l’esigenza di assistenza fisica in negozio, meglio optare per un operatore cosiddetto “virtuale” potrebbe far risparmiare fino al 25% del costo mensile (e ottenere una quantità elevata di GB in traffico dati).
Così è anche per le SIM: oltre a quelle tradizionali oggi sono disponibili anche schede SIM virtuali. Alcuni operatori legano a esse tariffe particolarmente allettanti, ma attenzione, perché richiedono device specifici: non funzionano su tutti i tipi di smartphone.

E occhio alle tariffe che potrebbero essere vincolate alla sottoscrizione di abbonamenti a PayTv o all’acquisto di smartphone.
Anche questa formula consente di risparmiare, ma attenzione al rischio dei ‘doppi abbonamenti’ o al periodo minimo di contratto.

Cosa stiamo accettando con tutte quelle firme? 

Quando si sottoscrive un contratto vengono chieste molte firme. Ma cosa si sta accettando sia in termini di privacy (alcuni consensi sono obbligatori per gestire il contratto, altri no) sia in termini di servizi?
In alcuni casi, questi ultimi potrebbero essere a pagamento e non inclusi nella tariffa. Uno per tutti: la segreteria telefonica.

Un’altra scelta da valutare è quella fra SIM ricaricabile o abbonamento. Con la prima si paga solo ciò che “si usa”, ma si paga in anticipo rischiando di trovarsi senza credito, mentre l’abbonamento garantisce minuti/Giga/SMS illimitati e comodità (pagamento automatico) a costi fissi.

Rete e ricezione: e se in casa poi “non prende”?

Le tariffe telefoniche si compongono solitamente di alcuni elementi: minuti di conversazione, SMS, traffico dati (Giga), tecnologia di connessione (normalmente 4G o 5G).
Prima di scegliere è importante capire quali sono le nostre necessità, così da valutare correttamente l’offerta. Se usiamo il telefono anche all’estero o verso numeri esteri verificare che la tariffa lo consenta senza costi astronomici. Fuori dai confini nazionali l’offerta potrebbe essere limitata, con minuti di chiamate e traffico dati inferiori rispetto a quello previsti l’Italia.

Quanto alla copertura di rete, se in città e nelle aree metropolitane la copertura telefonica dei diversi operatori è perfetta quasi ovunque, in alcune zone meno centrali non è così.
Perciò, prima di sottoscrivere il contratto per cambiare fornitore controllare che la ricezione nella nostra zona di maggiore uso sia buona.

Prezzi al consumo: confermati i dati Istat per dicembre 2025

I dati Istat sui prezzi al consumo a dicembre 2025 confermano le stime preliminari: l’inflazione sale a +1,2%, tornando al livello di ottobre, e nella media dell’anno i prezzi al consumo crescono dell’1,5% rispetto al 2024.
L’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su novembre 2025 e dell’1,2% su dicembre 2024 (da +1,1% di novembre).

Sull’andamento dell’inflazione media annua pesa la dinamica dei prezzi dei Beni energetici regolamentati (+16,2% da -0,2% del 2024), degli Energetici non regolamentati (-3,8% da -11,3%) e quella dei Beni alimentari non lavorati (+3,4%, +2,3%). Rallenta, seppure lievemente, l’inflazione di fondo.

Accelera l’inflazione anno su anno

In media, nel 2025, i prezzi al consumo registrano una crescita maggiore rispetto al 2024 (+1,5%, +1,0% 2024). L’inflazione al netto degli Energetici e degli Alimentari freschi (inflazione di fondo) e quella al netto dei soli energetici mostrano un aumento medio annuo, rispettivamente, dell’1,9% (+2,0% nel 2024) e del 2,0% (+2,1%).

La lieve accelerazione dell’inflazione osservata a dicembre è dovuta principalmente alla crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (da +0,9% a +2,6%), degli Alimentari non lavorati (+1,1%, +2,3%) e dei Servizi Vari (+2,0%, +2,2%). Rallentano, invece, i prezzi dei Beni non durevoli (+1,0%, +0,6%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+3,0%, +2,7%), mentre si accentua il calo dei prezzi degli Energetici regolamentati (-3,2%, -5,2%).

Aumenti solo in parte compensati

Nel mese di dicembre l’inflazione di fondo, al netto degli Energetici e degli Alimentari freschi, resta stabile a +1,7%, mentre quella al netto dei soli beni energetici accelera di poco (da +1,7% a +1,8%).
I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona evidenziano a dicembre un’accelerazione del ritmo di crescita (+1,5%, +1,9%), così come quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (+2,0%, +2,2%).

L’aumento congiunturale dell’indice generale riflette, per lo più, la crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+3,1% anche per fattori stagionali) e degli Alimentari non lavorati (+0,4%).
Gli effetti di questi aumenti sono solo in parte compensati dalla diminuzione dei prezzi degli Energetici regolamentati (-0,6%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,4%).

Indice FOI quasi raddoppiato

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,2% su novembre 2025 e dell’1,2% su dicembre 2024 (+1,1% del mese precedente), confermando la stima preliminare. La variazione media annua nel 2025 è pari a +1,7% (+1,1% nel 2024).
L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su novembre 2025 e dell’1,1% su dicembre 2024.

In media d’anno, la crescita dell’indice FOI, al netto dei tabacchi, è pari a +1,4% (era +0,8% nel 2024). Nel 2025, l’inflazione, misurata dall’IPCA, è pari a +1,7%, sia per le famiglie con più bassi livelli di spesa sia per quelle con possibilità di spesa più elevate.

Nuovo anno: gli italiani guardano al 2026 disillusi e poco entusiasti 

L’istantanea degli italiani scattata da due survey dell’Ufficio Studi Coop non lascia dubbi. Gli italiani che si affacciano sul 2026 sembrano immergersi in un ‘bagno di realtà’ dove conflitti bellici, diseguaglianze sociali, climate change sono moneta corrente e influenzano l’economia.

Preoccupazione è la prima parola scelta per definire l’anno che verrà (37%), anche se non manca la voglia di resistere: il 25% si attacca disperatamente all’ottimismo e il 24% chiama in causa addirittura curiosità e fiducia.
Tra gli opinion leader intervistati, la maggioranza (43%) utilizza il sostantivo ‘turbolenza’ per descrivere lo scenario 2026, il 34% sceglie ‘instabilità’ (‘stabilità’ 1%). Un’instabilità che orienta negativamente anche le previsioni sull’andamento dei mercati finanziari come in forte ribasso o soggetti a contrazione.

Un contesto caratterizzato da imprevedibili accelerazioni negative

Più gli italiani guardano allo scenario nazionale e internazionale più la tensione sale e ammanta di negatività le aspettative.
L’impressione è di essere in un contesto confuso ed erratico con improvvise imprevedibili accelerazioni, i cui comandi paiono affidati a pochi leader mondiali, Netanyahu, Putin e Trump, su cui pesano giudizi fortemente negativi (80%).

Così è anche per il mercato del lavoro (lo ‘vede nero’ il 43%, solo l’11% associa positività), per il fattore sicurezza (47% negativo, 8% positivo), l’accesso ai servizi sanitari (48% vs 9%) e non si fanno sconti neanche allo stato dell’economia italiana (percezione negativa 42%, 21% positiva) e i rischi dei cambiamenti climatici (negativi 50%, 20% positivi).

“Little Italy”

Comprensibile quindi attendersi un 2026 ancora difficile, con l’Italia che torna fanalino di coda dell’Europa.

Gli italiani sanno di dover spendere di più, ma lo faranno quasi esclusivamente per consumi di necessità. Oltre a utenze e bollette (+22%) il timore di spendere di più vale anche per la salute fisica (+10%) e il cibo (+9%). È un’Italia delle piccole cose dove la wish list per il nuovo anno si riempie di frugalità rinunciataria e dove sono soprattutto i ’vorrei ma non posso’ a dare il senso di un Paese raggomitolato nella dimensione familiare. Trasferirsi all’estero, cambiare lavoro, dedicarsi di più alla propria formazione rimangono quindi anche nel 2026 i sogni nel cassetto.

Giovani donne determinate ad avere successo

D’altronde la disillusione fa rima con la tranquillità, ma anche con un maggiore cinismo. Nel 2026 gli italiani sacrificano comportamenti ispirati a integrità e ideali, ma anche a generosità e altruismo, con i primi che scendono in due anni del 4% e i secondi del 9%, in nome di un disincantato benessere individuale.

Infatti, se ’tranquillità e armonia’ sale del 5% la ricerca di ‘realizzazione e successo’ personale del 10% in due anni.
Le più determinate per questo spostamento sul ‘sé’ sono le giovani donne. Il 26% delle 18-29enni punta sul successo. Sono il 10% in più rispetto alla media.

Marca del Distributore: la quota a valore sui beni di largo consumo cresce del +42%

Secondo i dati resi disponibili dal recente report ‘Demand Signals CPG Category Monitor’ di Circana, relativo al mese di novembre 2025, la presenza della Marca del Distributore (MDD) ormai si è saldamente radicata nel mercato alimentare europeo. Ed è ancora più marcata nel canale dei supermercati, dove la quota a valore ha raggiunto il 44% (175 miliardi di euro).

La MDD ora rappresenta il 42% di tutte le vendite a valore dei beni di consumo confezionati nei sei principali mercati europei, Francia, Germania, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito, per un valore complessivo di 317 miliardi di euro.
Poiché i supermercati agiscono come il canale più influente, sia per la MDD sia per i Marchi Industriali, questo spostamento segna un momento significativo per il panorama della distribuzione.

Le categorie alimentari trainano le vendite per oltre il 90%

A settembre 2025 l’inflazione totale nella UE e nel Regno Unito ha raggiunto il 2,2% su base annua, spinta da tassi di inflazione superiori al 3% in paesi come Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna, e toccando i livelli di picco in Francia e Germania. Sebbene l’inflazione alimentare sia scesa al 3,0%, rimane superiore ai livelli registrati in Italia, Paesi Bassi e Regno Unito.

Nonostante questo contesto inflazionistico, la performance del settore CPG (beni confezionati) ha continuato a migliorare. Nelle ultime 52 settimane, le vendite a valore hanno raggiunto 22,6 miliardi di euro, crescendo del 3,1%, mentre le vendite a unità sono aumentate dello 0,8%.
Questi incrementi sono stati trainati dalle categorie alimentari, responsabili di oltre il 90% della crescita totale del valore.

Cioccolato: l’aumento del prezzo è doppio rispetto ai Marchi Industriali

Nelle categorie alimentari, la MDD ha generato oltre la metà di tutta la crescita di valore, rappresentando tre quarti della crescita a unità.

Categorie come il dolciario hanno registrato un incremento del 6,8%, guidato dall’aumento dei prezzi unitari, in particolare, nel cioccolato. Qui, la MDD ha aumentato i prezzi a quasi il doppio del tasso rispetto ai Marchi Industriali.
Anche le bevande hanno avuto una performance positiva (+6,5%,) guidata da acqua in bottiglia, bevande gassate e caffè, così come i prodotti refrigerati e freschi (+5,1%).

Supermercati: brand riducono l’assortimento medio

Gli alcolici, al contrario, hanno continuato ad arrancare, con cali nelle principali categorie tra cui birra, vino e liquori, sebbene segmenti più piccoli, come gli spirit RTD, abbiano registrato una crescita.
La competizione all’interno dei supermercati rimane comunque intensa.

Nell’ultimo anno, i brand hanno ridotto il loro assortimento medio in modo più aggressivo rispetto alla MDD, sia nelle categorie alimentari sia in quelle non-alimentari. E sebbene la quota della MDD nei supermercati si sia mantenuta stabile nella EU6, nelle ultime 13 settimane si sono registrati lievi cali in Spagna, Paesi Bassi e Francia.

Natale 2025: meno budget per i regali, sale la spesa per i viaggi

Nel 2025 l’aumento dei prezzi colpisce anche il Natale. Secondo l’indagine congiunta Facile.it–Consumerismo No Profit commissionata a EMG Different quest’anno per le festività natalizie gli italiani spenderanno meno per regali e cenoni, mentre cresce il budget destinato ai viaggi.

Nel 2025, per l’aumento di altre spese familiari, 3 milioni di italiani spenderanno meno, e molti regali si pagheranno a rate. Diminuisce anche il budget a disposizione per pranzo o cena di Natale, pari a in media, 64 euro, per una somma totale che arriva a 2,7 miliardi (3,5 miliardi nel 2024).
Sebbene rispetto al 2024 la somma a disposizione per i regali di Natale cali di quasi il 20%, quest’anno gli italiani spenderanno circa 8,7 miliardi di euro, con un esborso pro-capite di 204 euro.

Cenone: conto più alto per lo stesso menu

L’aumento dei prezzi, in particolare, dei beni alimentari, incide in modo diretto sui piatti simbolo delle feste, lasagne, timballi, secondi di carne e dolci lievitati. Per le altre tavole delle feste, questo significa un conto più alto anche a parità di menu.

Ma ad aumentare sono anche i prezzi degli addobbi natalizi. Nel 2024 la spesa media per decorare un albero tradizionale era stimata a circa 270 euro, circa il 16% rispetto all’anno precedente. Per il 2025 non ci sono ancora dati definitivi, ma la pressione sui prodotti importati, spesso provenienti dall’Asia, resta alta, pertanto difficile immaginare che la situazione sul fronte prezzi possa migliorare.

Alle vacanze non si rinuncia

Se le rinunce degli italiani riguarderanno regali e cenoni, l’unica voce di spesa destinata a salire è quella legata ai viaggi. Secondo l’indagine EMG per Facile.it, saranno 10 milioni di italiani a partire per le festività natalizie o per Capodanno trascorrendo almeno una notte fuori casa, con un budget medio pari a 440 euro. Il 31% in più rispetto al 2024.

La spesa complessiva dovrebbe quindi superare 5 miliardi di euro, a fronte dei 3,9 dello scorso anno.
Brutte notizie soprattutto per gli amanti della montagna e della neve, che nel 2025 costerà più cara che mai.
Consumerismo No Profit stima che gli aumenti medi per la stagione in corso sono intorno al +4,1% per gli skipass e al +4,9% per le scuole di sci.
Se a skipass e noleggio attrezzatura si aggiungono vitto e alloggio, per una famiglia di quattro persone si arriva ad aumenti prossimi al 30%.

Attenzione al “tutto incluso”

Città d’arte, località termali e destinazioni del turismo invernale tradizionale offrono pacchetti di Natale e Capodanno che nelle strutture di fascia media superano anche 150 euro a notte a persona in mezza pensione, con punte ben più alte nelle mete più richieste o nei quattro/cinque stelle.

Ma attenzione a farsi convincere dall’all-included. Nelle proposte che includono cenone, intrattenimento e servizi benessere è utile distinguere fra ciò che ha un reale valore e ciò che è solo un plus di marketing.
Per evitare brutte sorprese al momento del conto, chiedere sempre il dettaglio scritto di ciò che è compreso e assicurarsi che eventuali supplementi (bevande fuori pasto, parcheggio) siano chiari prima della prenotazione.