AI: oggi è utilizzata dal 60% delle Human Resources

L’Italia, seconda potenza manifatturiera europea, oggi si trova davanti a una transizione decisiva. Ovvero, integrare Intelligenza artificiale e digitalizzazione per valorizzare il proprio capitale umano, e diffondere innovazione anche oltre le ‘superstar city’.
Nel 2025 la quota di leader Hr che ha avviato o pianificato progetti di Intelligenza artificiale generativa (GenAI) è salita al 61%. Nel 2023 non toccava il 20%, fermandosi al 19%.

Secondo la ricerca “Processi di AI e impatti HR”, realizzata dall’Osservatorio Luiss Business School in collaborazione con Hrc, è il segnale di “una svolta nella maturità digitale delle direzioni risorse umane delle aziende”.

Ma persistono forti gap culturali e generazionali

Lo studio è stato presentato nel corso del convegno Future @Work ‘Non dire domani’, l’appuntamento organizzato da Hrc Community, in collaborazione con Luiss Business School.
Secondo il prorettore Giuseppe F. Italiano e il professore Stefano Za, che hanno illustrato la ricerca, persistono però forti gap culturali e generazionali nell’approccio all’Intelligenza artificiale.

I millennial sono la fascia più predisposta al suo utilizzo. Il 90% di chi ha un’età tra 35 e 44 anni la utilizza e il 76% ne condivide suggerimenti o feedback. Al contrario, la fiducia nelle nuove tecnologie scende tra le generazioni più anziane.
In ogni caso, nel rapporto tra AI e lavoro, lo studio sottolinea come “l’Intelligenza artificiale, spesso percepita come una minaccia per l’occupazione, debba invece essere considerata un alleato strategico per migliorare efficienza, accuratezza e produttività”.

“Una risposta a bisogni reali, non un esercizio tecnologico”

“Le prime sperimentazioni – conferma lo studio -, pur concentrate in ambiti verticali, mostrano già benefici tangibili nella riduzione degli errori e nella rapidità decisionale”.

L’indagine afferma, inoltre, la necessità di “estendere la formazione a tutti i livelli, non solo ai leader, ma anche ai collaboratori, promuovendo una cultura della fiducia verso la tecnologia e la sua integrazione nei processi. L’adozione dell’AI – si legge nello studio – non può essere un esercizio tecnologico, ma una risposta a bisogni reali . Solo partendo dagli obiettivi strategici e dal valore per le persone è possibile costruire un modello di Intelligenza artificiale sostenibile e responsabile”.

Quali funzioni Hr traggono maggior beneficio dalla GenAI?

Quanto alle funzioni Hr che stanno beneficiando maggiormente della GenAI, sono recruiting & talent acquisition (per ridurre bias e ampliare i canali di selezione), learning & development (per creare percorsi formativi personalizzati e aggiornabili in tempo reale), performance & career development (con valutazioni più oggettive e coerenti con la strategia), people analytics (per anticipare rischi come turnover o assenteismo grazie a modelli predittivi), ed employee engagement, per monitorare il clima organizzativo e rafforzare la componente umana della relazione lavorativa, riporta ANSAcom in collaborazione con HRC GROUP.

Fashion & Beauty, un settore che cresce con l’omnicanalità


Moda e bellezza sono comparti particolarmente dinamici, trainati da uno sviluppo all’insegna della digitalizzazione. Parlano i numeri: il Fashion & Beauty si conferma tra i protagonisti del commercio globale, sostenuto dalla ricerca di esperienze d’acquisto sempre più personalizzate. In Italia, secondo i dati diffusi da Netcomm durante l’evento Netcomm Focus Fashion & Beauty 2025, il 77,5% degli utenti online – pari a 33,6 milioni di persone – acquista prodotti legati a moda e bellezza.

La maggior parte (70%) alterna acquisti fisici e digitali, dimostrando come l’omnicanalità sia ormai la norma. Un altro 20% si affida solo all’e-commerce, mentre appena il 10% resta fedele esclusivamente ai negozi tradizionali. Nonostante il calo di quest’ultima quota, il punto vendita mantiene un ruolo centrale: non più semplice luogo di acquisto, ma spazio esperienziale e di relazione con il brand.

Il nuovo customer journey

Oggi, per il 90% dei consumatori il primo contatto con un brand avviene attraverso l’online. L’e-commerce non è soltanto un canale di vendita, ma diventa uno spazio di scoperta, confronto e storytelling.

La ricerca evidenzia che un acquirente italiano utilizza in media 5,7 touchpoint prima di concludere un acquisto: siti ufficiali, vetrine digitali e motori di ricerca guidano le prime fasi, mentre lo store fisico resta fondamentale per provare i prodotti e ricevere consulenze personalizzate.

Profili e driver di scelta

Tra i consumatori emergono diversi profili: gli Abitudinari (39,2%), che acquistano con regolarità seguendo routine consolidate; i Convenience Seeker (25%), attenti al rapporto qualità-prezzo; e i Digital Power Buyers (13%), utenti spesso giovani, uomini e residenti al Sud, che utilizzano anche strumenti di intelligenza artificiale per personalizzare i propri acquisti.

I criteri principali che orientano le scelte restano il prezzo (55,1%), la fiducia nel marchio (25,2%) e la vestibilità (24,6%). Per l’acquisto online pesano invece rapidità, assortimento e convenienza.

Cresce l’attenzione a sostenibilità e second-hand

Il mercato dell’usato cresce tre volte più velocemente rispetto alla moda tradizionale. Nel 2024, il 58% degli americani ha acquistato capi second-hand e la Gen Z si conferma la generazione più sensibile al tema, con il 73% disposto a pagare di più per prodotti sostenibili.

In Italia resiste la predilezione per articoli nuovi, ma l’usato guadagna terreno soprattutto per quanto riguarda gli accessori. Nonostante questa nuova sensibilità, il fast fashion continua a conservare una posizione dominante, pur sotto la lente delle critiche per l’impatto ambientale, dato che produce il 10% delle emissioni globali di CO₂. Le nuove normative europee puntano a un cambio di rotta, introducendo ecodesign, divieto di distruzione dell’invenduto e passaporti digitali per tracciare la sostenibilità dei prodotti.

Si compra anche grazie alla tecnologia 

L’intelligenza artificiale non è più un esperimento, ma una realtà: il 16,6% degli acquirenti italiani già la utilizza per comparare prezzi e ricevere suggerimenti personalizzati. Crescono anche le applicazioni di realtà aumentata e virtuale per il virtual try-on, con effetti positivi su conversioni e riduzione dei resi.

TikTok e Instagram restano i canali preferiti per scoprire nuovi prodotti, dove i micro-creators superano le celebrità tradizionali in termini di credibilità e capacità di influenzare le scelte.

Il mercato digitale in Italia cresce ancora?

Contenuti digitali, gli italiani non ne possono più fare a meno. Nel 2024, infatti, i consumatori italiani di contenuti digitali hanno fatto registrare una spesa che ha raggiunto i 3,7 miliardi di euro, pari a circa 200 milioni in più rispetto all’anno precedente.

L’incremento è stato determinato dall’aumento del numero di abbonati e dal rialzo dei prezzi medi. Anche il settore pubblicitario ha beneficiato di questa crescita, grazie alla diffusione dei modelli ASVOD, alla crescente rilevanza delle Smart TV e allo sviluppo dell’audio advertising.

Una fase di consolidamento

Secondo l’Osservatorio Digital Content del Politecnico di Milano, il settore sta attraversando una fase di maturità dopo l’impennata registrata durante la pandemia.

La competizione tra le piattaforme e l’evoluzione delle tecnologie saranno fattori determinanti per il futuro del mercato, che sta vedendo una razionalizzazione del consumo multi-contenuto e una diversificazione nei modelli di business.

I settori trainanti: video, gaming e audio

Il video intrattenimento si conferma il comparto principale, con una spesa di 1,7 miliardi di euro nel 2024, pari al 45% del totale. Ma la crescita è rallentata (+3%) rispetto agli anni precedenti. Le piattaforme stanno quindi puntando su modelli ibridi per rendere i contenuti più accessibili a un pubblico più ampio. Il settore del gaming ha registrato un incremento del 5%, raggiungendo 1,5 miliardi di euro, grazie alla ripresa degli acquisti di titoli di gioco dopo la flessione del 2023.

L’audio digitale ha mostrato la crescita più elevata (+20%), totalizzando 380 milioni di euro. La musica resta il pilastro principale, mentre gli audiolibri stanno guadagnando popolarità grazie all’ingresso di nuovi attori nel mercato. I podcast, invece, continuano a faticare nel trovare un modello di business sostenibile.

Informazione digitale, le questioni aperte

La spesa per contenuti informativi ed eBook è aumentata del 3%, toccando i 185 milioni di euro. Gli abbonamenti digitali ai quotidiani stanno crescendo, ma non abbastanza da compensare il calo delle vendite cartacee. Gli eBook, invece, registrano risultati positivi grazie alla preferenza per il modello di acquisto singolo.

Le criticità da risolvere

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il settore, migliorando i processi produttivi e personalizzando l’esperienza utente. Restano però aperte questioni legate alla gestione del copyright e all’impatto occupazionale.

La pirateria digitale continua a rappresentare una criticità: il 39% degli adulti e il 45% degli adolescenti hanno utilizzato contenuti da fonti illegali nell’ultimo anno, causando una perdita stimata di 2 miliardi di euro. Affrontare questi problemi è cruciale per il futuro del mercato digitale.

Qual è il rapporto tra utenti e tecnologia? 

In un mondo sempre più connesso, il rapporto tra utenti e tecnologia diventa cruciale per comprendere come garantire un ambiente digitale sicuro. Secondo un’indagine condotta da WIN – Worldwide Independent Network of Market Research, in collaborazione con BVA Doxa, è emersa una crescente preoccupazione riguardo alla tutela della privacy e all’uso dei dati personali.

Lo studio ha coinvolto 33.866 persone provenienti da 39 paesi, compresa l’Italia, e ha permesso di ottenere un quadro globale della situazione.

La condivisione dei dati preoccupa

In Italia, il 47% degli intervistati esprime preoccupazione per la condivisione delle proprie informazioni personali online. I dati finanziari risultano essere i più sensibili, con il 52% degli italiani preoccupati per la loro protezione, un dato che aumenta al 55% tra le donne. La geolocalizzazione, invece, sembra suscitare meno ansia, preoccupando solo il 38% degli intervistati.

A livello globale, il 45% degli intervistati condivide lo stesso timore, con paesi come Brasile e Corea del Sud che registrano livelli più alti di preoccupazione rispetto a regioni come la Malesia o la Palestina, dove la percezione del rischio è inferiore.

L’impatto dei social network

Anche l’uso dei social network è visto con sospetto. In Italia, il 54% degli intervistati ritiene che un uso eccessivo dei social rappresenti un rischio per la qualità della vita, un dato che si conferma uniforme tra diverse fasce di età e genere.

Questa percezione è condivisa anche a livello globale, con il 57% degli intervistati in Europa e nella regione MENA che si sente oppresso dai social. Al contrario, solo il 18% degli utenti africani esprime questa preoccupazione, evidenziando una forte differenza tra regioni.

Sicurezza dei dati: un problema che coinvolge tutti

La consapevolezza degli italiani riguardo alla gestione dei dati personali rimane bassa: solo il 30% dichiara di avere una comprensione chiara di cosa accade ai propri dati una volta condivisi. Questo riflette un problema più ampio a livello globale, dove meno di un quarto degli intervistati afferma di comprendere appieno il trattamento dei dati.

In Italia, il 78% degli intervistati ha subito almeno una violazione della sicurezza online, con quasi la metà vittima di tentativi di phishing e il 14% che ha sperimentato frodi con la carta di credito.

Intelligenza Artificiale, ancora poco conosciuta

Nonostante la crescente presenza dell’intelligenza artificiale (IA), solo il 21% degli italiani dichiara di avere una buona conoscenza del tema, con una maggiore consapevolezza tra i più giovani (33% tra gli under 24). A livello globale, la comprensione dell’IA varia considerevolmente, con le Americhe e la regione APAC che mostrano i livelli più alti di familiarità con questa tecnologia.

Privacy e sicurezza: è vero o falso che i cellulari ci spiano?

È vero o falso che gli smartphone ci spiano ascoltando le nostre conversazioni telefoniche? A chi non è capitato di parlare al telefono di un argomento con qualcuno e poco dopo vedere apparire sui social annunci pubblicitari proprio su quel tema?

“Ogni giorno, senza rendercene conto, condividiamo e consumiamo enormi quantità di dati online, e questo scambio tra dispositivi avviene costantemente in background – dichiara Cesare D’Angelo, General Manager Italy & Mediterranean di Kaspersky -. Tuttavia, prestiamo attenzione solo quando l’argomento è molto specifico o personale, come un viaggio in una destinazione insolita o un prodotto particolare.  In questi casi, sembra che il nostro smartphone abbia ascoltato le nostre conversazioni, ma in realtà si tratta semplicemente di un sofisticato sistema di tracciamento e analisi delle nostre attività digitali”.

Secondo Kaspersky, l’idea che i nostri smartphone ci ascoltino è dovuta a due fattori, il tracciamento delle abitudini online e lo scambio di informazioni tra dispositivi vicini.

Niente di personale, è una questione di tracciamento

Quando si naviga su Internet, ogni sito visitato, prodotto cercato, recensione scritta e contenuto preferito sui social, nonché la posizione registrata tramite il GPS del dispositivo, vengono tracciati. Queste informazioni consentono alle aziende di conoscere meglio i nostri interessi e le nostre preferenze, così da proporre suggerimenti personalizzati.

Ad esempio, se si cercano sentieri escursionistici, non sarà insolito vedere annunci pubblicitari di viaggi in destinazioni popolari per l’escursionismo, anche se non si è cercata specificamente quella destinazione.

Cos’è il proximity data sharing?

Il motivo per cui i cellulari ascoltano le nostre conversazioni è la loro capacità di condividere preferenze tra dispositivi vicini.
Nota come ‘proximity data sharing’, questa funzione consente lo scambio di informazioni tra device sulle abitudini di acquisto, migliorando così la personalizzazione delle offerte online.

È importante notare che questi scambi di dati non sono associati a persone specifiche, ma al dispositivo o all’IP collegato, quindi, tecnicamente, ciò che viene condiviso sono metadati, che non consentono l’identificazione dell’utente.
Ma per evitare che le nostre preferenze possano essere tracciate e proteggere la nostra privacy, Kaspersky consiglia alcuni semplici passi.

Come proteggersi da “occhi indiscreti”

Anzitutto controllare le autorizzazioni delle app, verificando quali hanno accesso ai dati sensibili e disattivando le funzionalità considerate invasive. Come, ad esempio, cronologia di navigazione o abitudini di consumo. Oppure, utilizzare la modalità in incognito, che permette di nascondere semplicemente la cronologia di navigazione e non memorizzare le informazioni sulle pagine visitate, i cookie, le password e così via.

Bloccare i web tracker utilizzando programmi ed estensioni speciali che impediscono il tracciamento delle attività online, anche sui social, e forniscono un elenco di tutti i tracker bloccati per impostazione predefinita.
E per chi si connette a reti Wi-Fi pubbliche o poco sicure, usare una VPN affidabile protegge i dati personali da occhi indiscreti, riducendo significativamente i rischi di essere tracciati.

Intelligenza artificiale: una tecnologia dall’impatto significativo che divide le opinioni della popolazione mondiale

Cosa pensano i cittadini di tutto il mondo delle opportunità, ma anche dei rischi, connessi alla grande novità tecnologica di questi tempi, l’Intelligenza artificiale?

L’ultimo Ipsos AI Monitor, che ha esplorato l’evoluzione degli atteggiamenti nei confronti dell’Intelligenza artificiale, nonché il suo impatto futuro e come potrebbe plasmare il mondo di domani, ha rilevato come a livello internazionale le persone mostrino di essere entusiaste, ma allo stesso tempo, preoccupate per l’Intelligenza artificiale.

Il 53% degli intervistati globali si dichiara infatti entusiasta dei prodotti e dei servizi che utilizzano l’AI, mentre il 50% afferma che l’Intelligenza artificiale li rende nervosi.

Sentiment diviso tra entusiasmo e preoccupazione. Ma l’Asia è più ottimista dell’Europa

L’Ipsos AI Monitor, giunto alla sua terza edizione annuale, ha condotto un’analisi approfondita anche riguardo le aree in cui l’Intelligenza artificiale avrà un impatto più significativo e le prospettive future.

Se i risultati dell’indagine mostrano una popolazione internazionale divisa tra entusiasmo e preoccupazione, a livello geografico l’Asia risulta essere l’area più ottimista sull’utilizzo dell’AI, mentre i Paesi anglosassoni e l’Europa si distinguono per un maggiore scetticismo.

Gli esseri umani sono considerati più inclini a discriminare rispetto l’AI

In ogni caso, in 29 Paesi sui 32 intervistati da Ipsos, un maggior numero di persone pensa che gli esseri umani siano più propensi a discriminare gli altri rispetto all’AI.
Solo in Irlanda prevale la fiducia nelle persone rispetto all’Intelligenza artificiale in termini di discriminazione. 

In media, il 37% degli intervistati a livello globale teme poi che l’AI amplificherà la disinformazione online, mentre il 30% ritiene che la ridurrà. In particolare, in Svezia, Australia e Nuova Zelanda la maggioranza delle persone è pessimista su questo fronte.

L’AI ruberà il lavoro o lo migliorerà?

Non sorprende che il livello di conoscenza e competenza risguardo l’Intelligenza artificiale sia più alta tra la generazione più giovane. Di fatto, se il 67% delle persone nei 32 Paesi considerati dalla ricerca dichiara di avere una buona conoscenza dell’AI, questa percentuale aumenta al 72% tra la Generazione Z e al 71% tra i Millennials, mentre si abbassa al 58% tra i Baby Boomers.

Sul tema lavoro e professione le persone sono più propense a credere che l’AI migliorerà il loro lavoro. Il 37% è convinto infatti che l’Intelligenza artificiale migliorerà la propria occupazione, rispetto al 16% che, al contrario, si aspetta un peggioramento.
Tuttavia, il 36, soprattutto tra i più istruiti, pensa che l’AI sostituirà il proprio lavoro nei prossimi anni.

Aumentano le minacce informatiche dirette ai bambini: come è possibile?

Sono in costante aumento le minacce informatiche che sfruttano i brand popolari tra i più piccoli. Lo ha rivelato un’analisi Kaspersky, diffusa proprio in occasione della Giornata Mondiale dei Bambini. I titoli e i brand presi d’attacco? Quelli più celebri, come Minecraft, Roblox, Lego e Disney. Nel primo trimestre del 2024, i tentativi di attacco sono aumentati del 35% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo quasi 1,3 milioni.

Oltre un milione di attacchi in 4 mesi

Dal gennaio al marzo 2024, Kaspersky ha registrato 1.264.866 tentativi di attacco su dispositivi mobili e desktop, una crescita superiore del 30% rispetto ai 936.840 tentativi rilevati nello stesso periodo del 2023. Le minacce sui dispositivi desktop sono nettamente maggiori, rappresentando il 98,7% degli attacchi, rispetto all’1,3% delle minacce mobili.

I brand più colpiti

Gli attacchi informatici hanno sfruttato i nomi dei videogiochi più popolari tra i bambini, come Minecraft, Roblox e Brawl Stars, nonché brand di prodotti come Lego e titoli di serie animate come Paw Patrol e Bluey. Il brand Disney è stato utilizzato per attirare i bambini attraverso ricerche di cartoni animati, film e giochi. Oltre 1,2 milioni di infezioni provengono da downloader distribuiti nel primo trimestre del 2024, spesso utilizzati per caricare altre applicazioni potenzialmente indesiderate.

Quali sono le minacce?

I trojan, programmi malevoli che raccolgono dati sensibili come credenziali di accesso e dati delle carte di credito, sono stati tra le principali minacce mascherate da giochi per bambini, con 27.576 tentativi di installazione nel primo trimestre del 2024. Gli adware, che mostrano pop-up pubblicitari indesiderati, hanno raggiunto 27.570 casi. Nonostante l’aumento degli attacchi, il numero di utenti unici colpiti è diminuito del 14%, scendendo a 49.630 nel 2024 rispetto ai 57.873 del 2023. Tra i casi monitorati, c’è quello di Trojan-SMS mascherati da cheat per il gioco Brawl Stars, che una volta installati, richiedevano permessi rischiosi e inviavano messaggi SMS dal dispositivo infettato, esaurendo il credito telefonico della vittima. 

Come mettere al sicuro i bambini? 

Vasily M. Kolesnikov, Malware Analyst di Kaspersky, sottolinea l’importanza dell’educazione alla sicurezza informatica per i bambini, che spesso non sono consapevoli dei rischi online. L’esperto consiglia ai genitori di restare aggiornati sulle ultime minacce, monitorare le attività online dei figli e comunicare apertamente sui pericoli. Utilizzare applicazioni di digital parenting può aiutare a garantire un’esperienza digitale sicura per i piccoli. 

AI: italiani ancora poco preparati

Qual è il livello di conoscenza che hanno gli italiani dell’Intelligenza artificiale? Risponde il sondaggio realizzato da YouTrend per Fondazione Pensiero: il 61% degli italiani non è preparato sul tema dell’AI, un dato in crescita del +6% rispetto all’anno scorso. A sentirsi preparata, invece, è la maggior parte degli under35 (54%). 
Per quanto riguarda l’uso di ChatGpt, tra i giovani il 67% l’ha usato almeno una volta. Numero che si riduce al 36% tra chi ha età compresa tra 35-54 anni e al 23% tra gli over55.

Chat-Gpt rimane l’app di AI più usata e più conosciuta. Chi già l’ha conosciuta è il 69%, e il 37% l’ha usata almeno una volta. Sconosciute, invece, Microsoft Copilot (47% la conosce), gemini (41%) e Midjourney (30%). Anche in questo caso, le applicazioni menzionate sono più conosciute dai giovani.

Disoccupati e pensionati rappresentano la maggioranza degli inattivi

Disoccupati e pensionati ritengono che l’AI non sia utile nelle mansioni quotidiane. Per i lavoratori, invece, le percentuali evidenziano una sensibilità leggermente maggiore. Il 50% ritiene utile un affiancamento sul lavoro, ma il 46% è più negativo sotto questo aspetto.

In generale, il 59% degli intervistati è favorevole alla creazione di un’azienda pubblica europea che competa con le aziende americane del settore dell’AI, ma è un consenso che si riduce del 7% nel caso in cui l’azienda sia italiana e finanziata dallo Stato italiano.

Sul ruolo dello Stato, invece, oggi gli italiani sono ancora più nettamente a favore di un intervento per regolare lo sviluppo dell’AI rispetto a un anno fa (67%, +8%), anche se la frazione che considera anche di vietarne l’uso è stabile al 16%.

Quale prospettiva per i dipendenti?

Ricevere istruzioni dall’Intelligenza artificiale al lavoro? Questo è uno degli scenari possibili nel prossimo futuro, anche se gli italiani, in merito (come sempre) si dividono. Il 45% sarebbe disposto a farlo, il 44% no. Si riduce, inoltre, la percentuale di chi vede nel controllo e nella valutazione automatica un vantaggio per i lavoratori, con il dato in calo del 10% rispetto al 2023. Si arriva così a una parità, tra chi lo ritiene un vantaggio e chi uno svantaggio.

Cresce anche la percentuale di persone che ritengono che l’AI porterà a una diminuzione dei posti di lavoro, e circa la metà dei lavoratori non si sente né aiutata né minacciata dai cambiamenti portati dalle nuove tecnologie.

Lavori sostituibili

Ovviamente, i giovani sono più ottimisti: un under35 su tre si sente aiutato dai cambiamenti portati da queste tecnologie.

Un altro grande dibattito, riferisce Adnkronos, è quello emerso sui lavori che potrebbero essere sostituiti dall’Intelligenza artificiale. Anche su questo tema, YouTrend ha interrogato il campione del sondaggio, e i risultati mostrano come i mestieri più sostituibili secondo gli italiani rimangano l’impiegato d’ufficio (per il 62% l’AI svolgerebbe i suoi compiti altrettanto bene), l’operaio (53%) e il commesso (51%).
I meno sostituibili sono invece il camionista (25%), il medico (24) e l’imprenditore (23%).

Da Google nuovo strumento per la privacy che trova i dati personali, e li nasconde

Il panorama digitale è vasto, e in costante evoluzione. Ma nonostante i numerosi vantaggi del digitale esistono anche rischi legati alla privacy dei propri dati personali. Chi non ha mai provato a cercare il proprio nome, l’indirizzo o il numero di telefono su Google?
Chi lo ha fatto sa bene quante informazioni personali possono emergere dai risultati di ricerca. Informazioni che magari non si vorrebbero rendere pubbliche, e Google, che detiene circa l’83% del mercato delle ricerche, ha sviluppato una funzione per aiutare gli utenti a scovare e proteggere le proprie informazioni private pubblicate sul web. 

Una funzione utile a combattere il doxxing

La funzione di Google offre uno strumento per gestire e controllare la visibilità delle proprie informazioni. In sostanza, si tratta di un nuovo strumento per la privacy che scansiona la presenza dei nostri dati sensibili pubblicati sul web.

Questa funzione ricerca attivamente dettagli specifici dell’utente, come numeri di telefono, indirizzi e-mail e indirizzi di casa.
Quando tali dati vengono identificati, Google avvisa l’utente permettendogli di prendere le misure necessarie per proteggere tali informazioni dalla visibilità pubblica.
Tutto questo rappresenta un passo nella direzione giusta, ovvero quella di proteggere la privacy degli utenti e combattere il cosiddetto doxxing, la pratica di cercare e diffondere online informazioni private.

I dati non vengono eliminati, ma non appaiano nei risultati di ricerca

Sfruttando questa funzione gli utenti possono quindi godere dei vantaggi dell’era digitale, mantenendo al contempo un certo grado di privacy e sicurezza. 
È fondamentale sottolineare che questa funzione di Google non elimina i dati personali dal web. Ciò che fa è impedire che queste informazioni appaiano nei risultati di ricerca di Google, rendendo notevolmente più difficile per chiunque trovarli.
La distinzione è cruciale: i dati restano online, ma la loro visibilità e accessibilità sono fortemente ridotte.

Alert e notifiche avvisano quando compaiono nuove informazioni “su di te”

Tramite una semplice opzione sulla pagina del proprio account Google, dove si possono controllare tutte le volte in cui un’informazione personale compare fra i risultati di ricerca, il motore di ricerca avvisa se le proprie informazioni personali sono state trovate, oppure invia una notifica da un alert quando compare un nuovo risultato.
La scelta di rimuoverle o meno resta appannaggio dell’utente, riporta Adnkronos. Se si desidera apportare modifiche in futuro è sempre possibile tornare alla pagina ‘Risultati su di te’ (Results about you) e fare le modifiche necessarie. 
Attualmente la funzione è disponibile solo negli USA, ma dovrebbe arrivare presto anche in Italia.

Intelligenza Artificiale: opinione pubblica divisa fra timori ed entusiasmo

Quali sono le percezioni, le aspettative, e l’impatto sul lavoro e la vita quotidiana riguardo l’Intelligenza artificiale? Risponde la nuova indagine globale di Ipsos sull’evoluzione delle percezioni e delle aspettative in merito all’AI. L’indagine, condotta in 31 Paesi, rivela sia entusiasmo sia timore per il potenziale impatto dell’AI sui vari aspetti della vita. La maggioranza delle persone si aspetta che i prodotti e i servizi basati sull’AI cambino profondamente la loro vita quotidiana nei prossimi anni. Se da un lato c’è ottimismo per quanto riguarda la gestione del tempo e le opzioni di intrattenimento, dall’altro c’è anche una diffusa preoccupazione per l’impatto che potrebbe avere sull’occupazione.

Entusiasti, ma anche nervosi

In Italia il 53% degli intervistati dichiara di avere una buona conoscenza di cosa si intenda per Intelligenza artificiale, e il 50% conosce quale tipologia di prodotti e servizi la sfruttano. A livello globale, invece, sono due terzi degli intervistati (67%) ad affermare di averne una buona conoscenza, ma soltanto la metà (51%) dichiara di sapere quali prodotti e servizi la utilizzano. Inoltre, il 54% concorda sul fatto che i servizi basati sull’AI presentino più svantaggi che svantaggi e la medesima quota ne è entusiasta. Tuttavia, il 52% dichiara di essere nervoso pensando ai prodotti e i servizi basati sull’AI. In Italia i dati sono in linea con la media internazionale.

Tra fiducia e preoccupazione

La fiducia nell’AI è generalmente più alta nei mercati emergenti e tra gli under40, rispetto ai Paesi ad alto reddito e a Generazione X e Boomers.
Anche in questo caso, i dati italiani sono in linea con la media internazionale.
In linea con la media internazionale, il 44% degli italiani ritiene che i prodotti e i servizi che utilizzano l’Intelligenza Artificiale abbiano profondamente cambiato la propria vita negli ultimi anni.
Allo stesso modo, il 63% degli italiani si aspetta che l’AI cambierà significativamente la propria vita nei prossimi anni. Tra i lavoratori globali, in media, il 57% si aspetta che l’AI cambi il modo in cui svolgono il loro attuale lavoro e il 36% che lo sostituisca del tutto. Percentuali più alte nel Sud-Est asiatico (e più basse nel Nord Europa con differenze fino a 50 punti), tra i più giovani e i decision maker.

Italiani più scettici

A livello globale, poco più della metà degli intervistati prevede che l’aumento dell’uso dell’AI nei prossimi tre-cinque anni darà loro più tempo (54%) oppure migliorerà le opzioni di intrattenimento (51%). Il 39% ritiene che l’aumento dell’uso dell’AI migliorerà la propria salute, il proprio lavoro (37%), l’economia del proprio Paese (34%) e in generale il mercato del lavoro (32%).
In Italia si registra un maggior scettiscismo. In particolare, meno della metà delle persone intervistate ritiene che darà loro più tempo (48%), migliorerà le opzioni di intrattenimento (45%), la propria salute (37%), il proprio lavoro (32%), il mercato del lavoro (30%) e l’economia del proprio Paese (29%).