Bambini, eccessiva esposizione ai display. L’allarme dei pediatri italiani

È sotto gli occhi di tutti: i bambini di oggi dormono meno, si muovono poco, parlano tardi e spesso sembrano vivere in un mondo loro, fatto di immagini e video che scorrono senza pausa. È il lato nascosto della tecnologia quando entra nella vita dei più piccoli troppo presto e senza filtri.
La Società Italiana di Pediatria (SIP), con dati aggiornati alla mano, torna a lanciare un messaggio forte: ogni anno in più lontano da smartphone e tablet è un investimento in salute, equilibrio e relazioni.

Le cifre parlano chiaro. Mezz’ora al giorno di schermi sotto i due anni può raddoppiare il rischio di ritardo del linguaggio; un’ora in più tra i tre e i cinque anni ruba circa 15 minuti di sonno; superare quotidianamente i 50 minuti aumenta il rischio di ipertensione pediatrica, e tra i tre e i sei anni cresce anche la possibilità di sovrappeso. Numeri che fanno riflettere.

Le nuove indicazioni della SIP: proteggere prima di tutto

Nel corso degli Stati Generali della Pediatria 2025, in Senato, la SIP ha presentato una revisione titanica: oltre 6.800 studi analizzati e 78 ritenuti solidi abbastanza da guidare nuove raccomandazioni. Il risultato? Una linea molto più chiara rispetto al passato. Smartphone personale non prima dei 13 anni, niente accesso libero a Internet prima di quella soglia e un uso dei social media da rimandare il più possibile, anche quando la legge teoricamente lo permetterebbe.

In casa valgono le regole del buon senso: niente dispositivi durante i pasti, mai prima di dormire, e spazio a giochi all’aria aperta, sport, lettura e attività che stimolino la creatività. Un consiglio che sembra quasi scontato, finché non si guarda la realtà: oggi la maggior parte dei ragazzi dorme con il telefono sul comodino.

Il cervello dei bimbi ha bisogno di tempo, non di connessioni

Il presidente SIP, Rino Agostiniani, lo spiega con parole semplici: infanzia e adolescenza sono periodi in cui il cervello si costruisce pezzo per pezzo. E una stimolazione digitale continua può togliere spazio a attenzione, apprendimento ed equilibrio emotivo. Posticipare l’ingresso nella vita digitale non è un “no”, è un regalo: più gioco, più sonno, più relazioni autentiche.

La coordinatrice della Commissione Dipendenze Digitali, Elena Bozzola, aggiunge che ogni ora di schermo è, concretamente, un’ora sottratta al bambino reale: quello che corre, si sporca, inventa e si confronta. Negli adolescenti, poi, gli effetti diventano ancora più evidenti: ansia, isolamento, dipendenza dai social e autostima in caduta.

Crescerli bene è un lavoro di squadra

La revisione della SIP elenca rischi che toccano tanti aspetti: obesità, sonno, vista, salute mentale, dipendenze, cyberbullismo, perfino la sessualità online. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di inserirla nella vita dei ragazzi quando sono pronti.

Famiglie, scuola e pediatri sono chiamati a fare squadra. La tecnologia può essere una risorsa meravigliosa, ma solo se arriva al momento giusto. Accompagnarli passo dopo passo, senza fretta, è forse il gesto d’amore più grande che possiamo fare ai bambini di oggi.

Crisi d’impresa: 423 aziende salvate dalla composizione negoziata

Secondo i dati più recenti, aggiornati al 10 novembre ed elaborati da Unioncamere sulla composizione negoziata sono 423 le istanze con esito positivo presentate dalle aziende e che hanno coinvolto 23mila dipendenti complessivi.

In totale, le istanze di composizione negoziata sono oltre 3.600, 1.800 in più dello scorso anno, 2.043 quelle archiviate (di cui 210 rifiutate e appunto 423 con esito positivo), e 320 i giorni necessari ad accompagnare le aziende in un percorso di risanamento e di soluzione della crisi. 
La composizione negoziata, introdotta per consentire il risanamento di aziende in condizioni di squilibrio patrimoniale o economico-finanziario, dal 2025 è infatti il principale strumento di soluzione della crisi di impresa. 

Raddoppiano i casi di successo

L’attrattività di questo strumento stragiudiziale si deve a una serie di vantaggi, tra cui il carattere stragiudiziale e volontario, le tempistiche brevi stabilite per legge, le trattative riservate tra debitore e creditore, i costi contenuti e la salvaguardia della continuità aziendale, la gestione diretta dell’impresa e l’accesso alle misure protettive del patrimonio. 

Nel 2025, oltre ad aumentare sensibilmente il numero delle istanze presentate sono raddoppiati i casi di successo e il tasso di successo, in media del 20%, ha raggiunto il 25% nell’ultimo trimestre 2025. Le istanze attualmente in gestione presso i vari esperti incaricati sul territorio nazionale sono 1.230.

Uno strumento poco attrattivo ed efficace per le piccole imprese

La maggior parte delle istanze ci concentra nel Nord Italia (53%), con Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Veneto che insieme superano il 50% del totale. 

Delle 3.483 imprese che hanno avuto accesso allo strumento, solo il 4% appartiene alla categoria di imprese con ricavi minori di 200mila euro, attivo patrimoniale inferiore a 300mila euro. debiti inferiori a 500mila euro. Questo dimostra come la composizione negoziata continui a rilevarsi poco attrattiva e anche poco efficace per le piccole imprese. Il tasso di successo in questo caso è pari solo al 9%. 
Le analisi condotte confermano che uno dei principali elementi di forza della composizione negoziata è rappresentato dalle tempistiche di svolgimento della procedura che sono più rapide e contenute rispetto a quelle giudiziali delle procedure concorsuali.

Manifattura, commercio, costruzioni i settori più rappresentati

Le tempistiche necessarie per giungere a una chiusura favorevole della composizione negoziata sono mediamente di 320 giorni. Nei casi di esito sfavorevole la durata media è di 207 giorni.
I settori economici più rappresentati sono le attività manifatturiere (22,6%), il commercio all’ingrosso e al dettaglio (20,8%) e le costruzioni (15,2%).

Il numero di addetti convolti nei processi di risanamento è di oltre 22.800, il valore medio di addetti per impresa è 70 e, nelle classi dai 10 addetti in su, si concentra oltre il 59% delle imprese, di cui il 16% presenta un numero di addetti superiore a 100.
Il valore medio della produzione delle imprese considerate, invece, è di circa 16 milioni di euro.

Coste italiane: 1 spiaggia su 5 potrebbe sparire entro il 2050

Lo rileva il XVII Rapporto ‘Paesaggi sommersi’ della Società Geografica Italiana: entro il 2050 l’Italia rischia di perdere il 20% delle sue spiagge, e il 45% entro il 2100.
La crisi climatica sta avendo un impatto enorme sui litorali, urbanizzati e non. Ma l’impatto è anche sulle aree agricole costiere, con un’accelerazione dei processi di salinizzazione che imporranno pesanti strategie di adattamento. 

In questo quadro la crisi climatica agisce come ‘moltiplicatore di stress’, rendendo i problemi ambientali e socioeconomici ancora più gravi. Tanto che per l’innalzamento dei mari le case di 800mila persone sono a rischio inondazioni temporanee o permanenti. A rischio maggiore l’Alto Adriatico, il 5’% dei porti e il 10% delle superfici agricole italiane.

Alto Adriatico, Gargano, diversi tratti della costa tirrenica, Cagliari e Oristano più a rischio

I territori più a rischio sono l’Alto Adriatico e in misura minore la costa pugliese intorno al Gargano, diversi tratti della costa tirrenica tra Toscana e Campania, le aree di Cagliari e Oristano.
A rischio sono anche la metà delle infrastrutture portuali, diversi aeroporti, più del 10% delle superfici agricole, buona parte delle paludi, delle lagune e le zone costiere cosiddette ‘anfibie’, a cominciare dal Delta del Po e dalla Laguna di Venezia.

Il problema non è solo la perdita di spiagge o l’inondazione dei litorali, urbanizzati o meno, di costa bassa, ma l’artificializzazione della linea di costa, con implicazioni paesaggistiche e di aggravamento della vulnerabilità dei territori.

In pericolo 800mila persone

“Secondo stime inedite – spiega la Società Geografica Italiana – sono 800mila le persone che vivono in territori sotto il livello del mare atteso e che rischiano processi di ricollocazione o che dovranno essere protetti da difese costiere artificiali sempre più pervasive.
Basti pensare che la fascia costiera non è solo la zona in Italia con la maggior percentuale di suolo artificiale e urbanizzato, ma è anche un’area dove il consumo di suolo prosegue incessante. Il Rapporto evidenzia che l’Italia rischia di perdere circa il 20% e il 45% delle proprie spiagge al 2050 e al 2100 rispettivamente, con punte in Sardegna, Lazio, Friuli-Venezia Giulia e Campania”.

Urbanizzazione, abusivismo, bonifiche hanno trasformato l’ambiente costiero

“Bonifiche, urbanizzazione, infrastrutturazione, abusivismo – aggiunge Stefano Soriani, professore di Geografia economico-politica all’Università Ca’ Foscari Venezia -: abbiamo trasformato la fascia costiera, un ambiente dinamico e instabile, in una linea di costa rigida e quindi fragile e vulnerabile.
Ora è indispensabile un cambiamento profondo dei regimi di gestione e pianificazione costiera, oltre che una ineludibile ma affatto scontata presa d’atto della centralità della ‘questione coste’ e della necessità di una sua ricomposizione a scala nazionale”.

AI: oggi è utilizzata dal 60% delle Human Resources

L’Italia, seconda potenza manifatturiera europea, oggi si trova davanti a una transizione decisiva. Ovvero, integrare Intelligenza artificiale e digitalizzazione per valorizzare il proprio capitale umano, e diffondere innovazione anche oltre le ‘superstar city’.
Nel 2025 la quota di leader Hr che ha avviato o pianificato progetti di Intelligenza artificiale generativa (GenAI) è salita al 61%. Nel 2023 non toccava il 20%, fermandosi al 19%.

Secondo la ricerca “Processi di AI e impatti HR”, realizzata dall’Osservatorio Luiss Business School in collaborazione con Hrc, è il segnale di “una svolta nella maturità digitale delle direzioni risorse umane delle aziende”.

Ma persistono forti gap culturali e generazionali

Lo studio è stato presentato nel corso del convegno Future @Work ‘Non dire domani’, l’appuntamento organizzato da Hrc Community, in collaborazione con Luiss Business School.
Secondo il prorettore Giuseppe F. Italiano e il professore Stefano Za, che hanno illustrato la ricerca, persistono però forti gap culturali e generazionali nell’approccio all’Intelligenza artificiale.

I millennial sono la fascia più predisposta al suo utilizzo. Il 90% di chi ha un’età tra 35 e 44 anni la utilizza e il 76% ne condivide suggerimenti o feedback. Al contrario, la fiducia nelle nuove tecnologie scende tra le generazioni più anziane.
In ogni caso, nel rapporto tra AI e lavoro, lo studio sottolinea come “l’Intelligenza artificiale, spesso percepita come una minaccia per l’occupazione, debba invece essere considerata un alleato strategico per migliorare efficienza, accuratezza e produttività”.

“Una risposta a bisogni reali, non un esercizio tecnologico”

“Le prime sperimentazioni – conferma lo studio -, pur concentrate in ambiti verticali, mostrano già benefici tangibili nella riduzione degli errori e nella rapidità decisionale”.

L’indagine afferma, inoltre, la necessità di “estendere la formazione a tutti i livelli, non solo ai leader, ma anche ai collaboratori, promuovendo una cultura della fiducia verso la tecnologia e la sua integrazione nei processi. L’adozione dell’AI – si legge nello studio – non può essere un esercizio tecnologico, ma una risposta a bisogni reali . Solo partendo dagli obiettivi strategici e dal valore per le persone è possibile costruire un modello di Intelligenza artificiale sostenibile e responsabile”.

Quali funzioni Hr traggono maggior beneficio dalla GenAI?

Quanto alle funzioni Hr che stanno beneficiando maggiormente della GenAI, sono recruiting & talent acquisition (per ridurre bias e ampliare i canali di selezione), learning & development (per creare percorsi formativi personalizzati e aggiornabili in tempo reale), performance & career development (con valutazioni più oggettive e coerenti con la strategia), people analytics (per anticipare rischi come turnover o assenteismo grazie a modelli predittivi), ed employee engagement, per monitorare il clima organizzativo e rafforzare la componente umana della relazione lavorativa, riporta ANSAcom in collaborazione con HRC GROUP.

Sempre più single in Italia: entro il 2050 saranno oltre 11 milioni

In Italia cresce il numero di persone che vivono da sole. Secondo le proiezioni di Vamonos Vacanze, tour operator specializzato in viaggi per single, entro il 2050 saranno più di 11 milioni gli italiani che vivranno senza partner o coinquilini.

Un cambiamento profondo, confermato anche dai dati di ISTAT, Eurostat, Confesercenti e Coldiretti, che sta ridisegnando non solo la società, ma anche il modo di viaggiare e di vivere il tempo libero.

Dai legami familiari al bisogno di connessione

L’identikit demografico dell’Italia sta vivendo un profondo cambiamento. Diminuiscono le famiglie tradizionali, mentre aumentano le persone che scelgono (o si trovano) a vivere da sole. Oggi in Italia sono già più di nove milioni, ma non si tratta di individui che vogliono isolarsi. Anzi, molti single vedono nel viaggio un’occasione per stringere nuove amicizie, scoprire luoghi e condividere esperienze.

Il turismo per single, un tempo considerato un fenomeno di nicchia, oggi vale oltre un miliardo di euro e cresce di anno in anno. Chi parte da solo tende anche a spendere di più: ricerca la qualità, preferisce esperienze personalizzate e si concede più libertà nella scelta delle mete.

I single spendono di più, ma scelgono meglio

Dai dati raccolti da Vamonos Vacanze emerge che la spesa mensile media di una persona sola è di circa 1.972 euro, pari al 70% di quella di una famiglia, ma con costi individuali più alti.

Secondo Coldiretti, un single spende dal 20 al 30% in più per i generi alimentari rispetto a chi vive in coppia: 337 euro al mese contro i 266 di una coppia e i 220 di una famiglia di tre persone.
Nel 2024, la spesa complessiva delle famiglie unipersonali ha superato i 235 miliardi di euro, pari al 26% dei consumi nazionali.
“Vivere da soli costa di più, ma offre anche più libertà e una maggiore propensione alla spesa per esperienze e viaggi”, spiegano gli analisti di Vamonos Vacanze, citando i dati di Confesercenti.

Il viaggio come occasione per ricominciare

Per il 63% dei single italiani, la vacanza ideale unisce relax, socialità e nuove conoscenze. Sempre più persone scelgono di partire da sole, ma in gruppo, per condividere esperienze con coetanei e nuovi amici.

Le mete più richieste? Isole Greche, Croazia, Francia, Spagna, fiordi del Nord Europa, Bahamas e Caraibi.
“Le nostre proposte sono pensate per far nascere legami autentici – spiegano da Vamonos Vacanze – con attività di gruppo, giochi, serate a tema e momenti di condivisione. Il viaggio, per noi, è un modo per ritrovarsi e riscoprirsi insieme agli altri”.

La longevità? Uno studio rivela che non è solo questione di DNA 

Una recente ricerca apre nuovi scenari sul dibattutissimo tema della longevità e rivela che quanto viviamo non dipende solo dal DNA ereditato dai genitori. La nuova ricerca guidata da Meng Wang, Senior Group Leader al Janelia Research Campus dell’Howard Hughes Medical Institute, spiega che la longevità può essere influenzata anche dall’epigenoma, cioè l’insieme di modifiche chimiche che regolano l’attività dei geni senza cambiare la sequenza genetica.

In pratica, i genitori potrebbero trasmettere ai figli non soltanto i geni, ma anche tracce delle loro esperienze cellulari.

I lisosomi al centro della scoperta

Lo studio è stato condotto sul nematode Caenorhabditis elegans, un piccolo verme usato spesso negli esperimenti di biologia. I ricercatori hanno scoperto che i lisosomi, organuli considerati a lungo i “centri di smaltimento” della cellula, hanno in realtà un ruolo molto più importante.

I cambiamenti che avvengono al loro interno possono essere comunicati alle cellule riproduttive grazie agli istoni, proteine che organizzano il DNA. Questo passaggio modifica l’epigenoma e permette di trasmettere alla prole informazioni legate alla longevità.

La risposta a un vecchio interrogativo

Era già noto che i lisosomi avessero un ruolo nel regolare la durata della vita, ma non si sapeva come questi segnali potessero essere trasmessi da una generazione a un’altra. Il nuovo studio offre una spiegazione: non serve cambiare il DNA, basta modificare il modo in cui esso viene regolato.

Si tratta di un tassello fondamentale per capire come possano essere ereditate alcune caratteristiche legate alla resistenza allo stress.

Perché è importante

La nuova scoperta, ovviamente, non riguarda solo un vermetto. I meccanismi epigenetici sono infatti presenti in molti organismi più evoluti, compreso l’uomo.

Capire come gli stress ambientali o i cambiamenti cellulari possano lasciare un segno duraturo sull’epigenoma potrebbe aprire nuove prospettive nello studio dell’invecchiamento e, un giorno, aiutare a sviluppare strategie per migliorare la salute delle generazioni future.

Si può immaginare un futuro diverso 

Il legame tra lisosomi ed epigenoma, messo in luce dal team di Wang, offre alla comunità scientifica un nuovo punto di partenza.

Non si tratta solo di comprendere meglio come funzionano i processi vitali, ma anche di immaginare un futuro in cui la conoscenza dei meccanismi epigenetici possa essere usata per affrontare malattie e allungare la vita rimanendo più sani.

Fashion & Beauty, un settore che cresce con l’omnicanalità


Moda e bellezza sono comparti particolarmente dinamici, trainati da uno sviluppo all’insegna della digitalizzazione. Parlano i numeri: il Fashion & Beauty si conferma tra i protagonisti del commercio globale, sostenuto dalla ricerca di esperienze d’acquisto sempre più personalizzate. In Italia, secondo i dati diffusi da Netcomm durante l’evento Netcomm Focus Fashion & Beauty 2025, il 77,5% degli utenti online – pari a 33,6 milioni di persone – acquista prodotti legati a moda e bellezza.

La maggior parte (70%) alterna acquisti fisici e digitali, dimostrando come l’omnicanalità sia ormai la norma. Un altro 20% si affida solo all’e-commerce, mentre appena il 10% resta fedele esclusivamente ai negozi tradizionali. Nonostante il calo di quest’ultima quota, il punto vendita mantiene un ruolo centrale: non più semplice luogo di acquisto, ma spazio esperienziale e di relazione con il brand.

Il nuovo customer journey

Oggi, per il 90% dei consumatori il primo contatto con un brand avviene attraverso l’online. L’e-commerce non è soltanto un canale di vendita, ma diventa uno spazio di scoperta, confronto e storytelling.

La ricerca evidenzia che un acquirente italiano utilizza in media 5,7 touchpoint prima di concludere un acquisto: siti ufficiali, vetrine digitali e motori di ricerca guidano le prime fasi, mentre lo store fisico resta fondamentale per provare i prodotti e ricevere consulenze personalizzate.

Profili e driver di scelta

Tra i consumatori emergono diversi profili: gli Abitudinari (39,2%), che acquistano con regolarità seguendo routine consolidate; i Convenience Seeker (25%), attenti al rapporto qualità-prezzo; e i Digital Power Buyers (13%), utenti spesso giovani, uomini e residenti al Sud, che utilizzano anche strumenti di intelligenza artificiale per personalizzare i propri acquisti.

I criteri principali che orientano le scelte restano il prezzo (55,1%), la fiducia nel marchio (25,2%) e la vestibilità (24,6%). Per l’acquisto online pesano invece rapidità, assortimento e convenienza.

Cresce l’attenzione a sostenibilità e second-hand

Il mercato dell’usato cresce tre volte più velocemente rispetto alla moda tradizionale. Nel 2024, il 58% degli americani ha acquistato capi second-hand e la Gen Z si conferma la generazione più sensibile al tema, con il 73% disposto a pagare di più per prodotti sostenibili.

In Italia resiste la predilezione per articoli nuovi, ma l’usato guadagna terreno soprattutto per quanto riguarda gli accessori. Nonostante questa nuova sensibilità, il fast fashion continua a conservare una posizione dominante, pur sotto la lente delle critiche per l’impatto ambientale, dato che produce il 10% delle emissioni globali di CO₂. Le nuove normative europee puntano a un cambio di rotta, introducendo ecodesign, divieto di distruzione dell’invenduto e passaporti digitali per tracciare la sostenibilità dei prodotti.

Si compra anche grazie alla tecnologia 

L’intelligenza artificiale non è più un esperimento, ma una realtà: il 16,6% degli acquirenti italiani già la utilizza per comparare prezzi e ricevere suggerimenti personalizzati. Crescono anche le applicazioni di realtà aumentata e virtuale per il virtual try-on, con effetti positivi su conversioni e riduzione dei resi.

TikTok e Instagram restano i canali preferiti per scoprire nuovi prodotti, dove i micro-creators superano le celebrità tradizionali in termini di credibilità e capacità di influenzare le scelte.

Mercato immobiliare: nel IV trimestre 2024 le compravendite sono quasi 285.000

Il IV trimestre 2024 chiude l’anno con quasi 285.000 compravendite immobiliari. Rispetto al IV trimestre 2023 i volumi intermediati sono in aumento, velocizzando la crescita appena accennata che si era registrata l’anno precedente (+0,5% sul IV trimestre 2022).
Secondo i dati Istat, rispetto al III trimestre si osserva un balzo in avanti dell’indice destagionalizzato, dopo la ripresa rilevata nel corso dei due trimestri precedenti.

Le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni con costituzione di ipoteca immobiliare (98.608 nel IV trimestre 2024) crescono del 16,9% rispetto allo stesso periodo del 2023, quando i mutui avevano segnato un calo quasi diametralmente opposto (-14,5 rispetto al IV trimestre 2022).
Anche in questo caso, l’indice destagionalizzato mostra una crescita maggiore rispetto a quella già osservata nei due trimestri precedenti.

In un anno +2,7%

Nel IV trimestre 2024 le convenzioni notarili di compravendita e le altre convenzioni relative ad atti traslativi a titolo oneroso per unità immobiliari sono 284.812. La variazione percentuale rispetto al trimestre precedente (dato destagionalizzato) è pari a +3,9%, mentre su base annua (dato grezzo) l’incremento è pari a +2,7%.

Nel confronto congiunturale le compravendite del comparto abitativo sono in aumento nel Nord-Est (+6,8%), al Sud (+6,3%), nel Nord-Ovest (+4,0%) e nelle Isole (+3,0%), mentre risultano invariate al Centro.
Le compravendite di immobili a uso economico sono in aumento al Sud (+7,5%) e nelle Isole (+2,1%), stabili nel Nord-Ovest (-0,1%) e in diminuzione nel Centro (-3,9%) e nel Nord-Est (-2,8%).

Cresce il comparto abitativo, diminuisce quello economico

Il 93,7% delle convenzioni stipulate riguarda i trasferimenti di proprietà di immobili a uso abitativo (266.848), il 5,9% a uso economico (16.908) e lo 0,4% quelli a uso speciale e multiproprietà (1.056).
Rispetto al IV trimestre 2023 le transazioni immobiliari crescono nel comparto abitativo (+3,1%) e diminuiscono nel comparto economico (-3,6%). A livello territoriale, su base annua, il settore abitativo aumenta nel Nord-Est e al Sud (entrambi +7,3%), nel Nord-Ovest (+4,1%) e nelle Isole (+2,6%), mentre diminuisce nel Centro (-6,9%).

Nell’ambito del comparto abitativo le compravendite restano sostanzialmente stabili nei grandi centri (-0,2%) e aumentano nei piccoli (+5,6%), mentre in quello economico risultano in calo sia nei grandi sia nei piccoli centri (-6,3% e -1,9%).

Aumentano anche i mutui: +7,2%.

Le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni con costituzione di ipoteca immobiliare sono 98.608.
Rispetto al trimestre precedente la variazione percentuale è +5,9%, mentre su base annua è +16,9%. L’aumento interessa tutto il territorio nazionale sia su base congiunturale sia su base annua.

Nell’intero anno 2024, il mercato immobiliare con 950.240 convenzioni notarili di compravendita registra un andamento in crescita rispetto all’anno precedente (+1,7% nel complesso, +1,8% il settore abitativo e +1,0% il comparto economico). I mutui, con 331.013 convenzioni, sono in aumento del 7,2%.

Spese obbligate: nel 2025 superano il 42% dei consumi familiari

Casa, energia, bollette, sanità, trasporti… sono le spese legate a beni e servizi di cui le famiglie non possono fare a meno. Queste spese obbligate continuano a erodere quote crescenti dei bilanci familiari, e nel 2025 arrivano a rappresentare il 42,2% della spesa totale, il +5,2% rispetto al 1995.
In termini monetari, nel 2025 a fronte di una spesa pro capite complessiva di 22.114 euro oltre 9.300 euro sono assorbiti da spese non comprimibili. E l’abitazione si conferma il capitolo principale, con una media annua di 5.171 euro, seguita da assicurazioni e carburanti (2.151 euro) ed energia (1.651 euro).

Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio sul periodo 1995–2025 si tratta di una dinamica ormai strutturale che riduce sempre più l’area delle scelte libere di consumo, limitando il potenziale di crescita legato alla domanda interna.

In 30 anni indice dei prezzi +132%

A rendere sempre più gravoso il peso delle spese obbligate è la dinamica dei prezzi: dal 1995 a oggi l’indice è cresciuto del 132%, più del doppio rispetto a quello dei beni commercializzabili (+55%). In particolare, l’energia ha visto i prezzi aumentare del 178% in trent’anni.

Sul versante dei commercializzabili se da un lato i servizi (ristorazione, turismo, tempo libero) mostrano segnali di recupero (+134 euro), dall’altro i beni tradizionali (alimentari inclusi) registrano un’ulteriore flessione (-57 euro). Una tendenza, che insieme alla riduzione demografica e al cambiamento delle abitudini di consumo, richiede attenzione. Per rilanciare la domanda interna è necessario rimuovere gli ostacoli che comprimono la libertà di spesa, a partire dal contenimento dei costi fissi e la tutela del potere d’acquisto.

Beni commercializzabili sempre più compressi

La parallela compressione della quota destinata al consumo di beni e servizi commercializzabili (nel 2025 si stima un’incidenza complessiva del 57,8%), ovvero, quelli il cui acquisto è legato a scelte e preferenze personali e familiari, sottende a sua volta dinamiche articolate.

La spesa per i servizi commercializzabili, che aveva registrato un deciso arretramento nel 2020, nei periodi più recenti è tornata ad aumentare in misura più significativa rispetto agli altri consumi, e nel 2025 è stimata al 20,8%. Quota che risulta ancora inferiore al 21,3% raggiunto nel 2019. Per contro i beni commercializzabili dovrebbero vedere nell’anno in corso un’ulteriore riduzione dell’incidenza, attestandosi al 36,9%.

Si spende di più per acquistare la stessa quantità

Vanno anche considerati gli importanti mutamenti demografici intervenuti nell’arco temporale oggetto d’osservazione. Oltre all’invecchiamento della popolazione a partire dal 2015 il numero di residenti in Italia ha mostrato una progressiva riduzione fornendo un inevitabile contributo negativo allo sviluppo della domanda.

Al di là dell’impatto che questi andamenti hanno sui comportamenti reali delle famiglie non vanno sottovalutati gli effetti in termini di aspettative. Se devo spendere di più per acquistare la stessa quantità di beni e servizi necessari ridurrò la quota destinata ad altri consumi nel caso in cui il reddito disponibile non cresca nella stessa misura.

Sensory & consumer science: i nuovi confini delle dinamiche percettive dei consumatori

Sono due gli studi volti a esplorare nuovi confini nella comprensione delle dinamiche percettive e decisionali dei consumatori che Adacta International presenterà durante il prossimo Pangborn Sensory Science Symposium.
Il primo contributo ha adottato un approccio combinato, quantitativo e qualitativo per analizzare in modo approfondito e sistematico l’intero percorso del consumatore, dall’acquisto nel punto vendita fino al consumo domestico.

Il secondo contributo si è concentrato sull’integrazione di due contesti di testing: laboratorio e ambiente domestico.
Nella fase quantitativa iniziale, 450 consumatori hanno acquistato tre creme spalmabili a base di frutta secca direttamente a scaffale all’interno di un contesto di scelta reale, entrando così in contatto con tutte le leve del marketing mix.

Aspettative verso il prodotto e qualità percepita in relazione al prezzo

Questa prima fase ha permesso di indagare le aspettative verso il prodotto, l’esperienza sensoriale e funzionale durante l’uso, e la qualità percepita in relazione al prezzo e alle attese, fornendo indicazioni concrete per il miglioramento del prodotto e del packaging.

Successivamente, un sottocampione di 24 partecipanti ha preso parte a una community online asincrona moderata da un ricercatore esperto. L’obiettivo è stato quello di esplorare in profondità i driver razionali ed emozionali che guidano la percezione del prodotto, e raccogliere il linguaggio spontaneo dei consumatori.
L’intero percorso si è rivelato estremamente efficace nel generare insight capaci di orientare lo sviluppo di una comunicazione credibile e distintiva, saldamente ancorata all’esperienza reale del consumatore.

I fattori intrinseci che influenzano la percezione

Il secondo contributo, che si è concentrto sull’integrazione dei due contesti di testing (central location, home use test) ha analizzato i fattori intrinseci ed estrinseci che influenzano la percezione di qualità di un prodotto simbolo della tradizione gastronomica italiana, il tortellino al prosciutto crudo.

In una prima fase 100 consumatori hanno partecipato a un blind test presso una central location, valutando tre varianti del prodotto sulla base delle caratteristiche sensoriali e in assenza di stimoli esterni (marca, pack, prezzo).
Nella seconda fase, 240 consumatori hanno acquistato il prodotto in autonomia e lo hanno consumato nel contesto domestico, permettendo di esaminare l’impatto degli stimoli del marketing mix sulla formazione delle aspettative, valutazione post-consumo e propensione al riacquisto.

Dinamiche di influenza di accettabilità e fidelizzazione

L’integrazione delle due fasi ha reso possibile distinguere il ruolo delle caratteristiche intrinseche del prodotto rispetto a quello degli elementi estrinseci, offrendo una visione più articolata delle dinamiche che influenzano l’accettabilità e la fidelizzazione in condizioni di consumo reale.

La partecipazione di Adacta International al Pangborn Sensory Science Symposium rinnova l’impegno dell’azienda nella ricerca metodologica d’avanguardia al servizio di una comprensione profonda del consumatore e di strategie di sviluppo e posizionamento più efficaci.