Monza e Brianza: tra tradizione industriale e sfide per la transizione economica

Monza e Brianza restano un laboratorio economico a cielo aperto: un territorio che combina poli produttivi storici, una rete fitta di piccole e medie imprese e la capacità di attrarre investimenti legati ai servizi avanzati e al turismo d’affari. L’autodromo, i distretti industriali e la vicinanza a Milano conferiscono al territorio un ruolo strategico nella economia lombarda. Tuttavia, le dinamiche recenti mostrano che per trasformare questa centralità in crescita sostenibile è necessario affrontare sfide complesse legate a lavoro qualificato, infrastrutture e decarbonizzazione delle attività produttive.

Il contesto economico della provincia è caratterizzato da una densità imprenditoriale tra le più alte d’Italia: numerose micro e piccole imprese operano in filiere consolidate come la meccanica, l’arredo, la componentistica per l’automotive e servizi alle imprese. Negli ultimi anni si è osservata una progressiva diversificazione verso servizi digitali, logistica e attività legate all’evento e al turismo business, che beneficiano della presenza di infrastrutture e della forte domanda proveniente dall’area metropolitana milanese. Questa mescolanza di tradizione manifatturiera e domanda di servizi crea opportunità, ma anche tensioni su costi, competitività e sostenibilità.

Analizzando più nel dettaglio, la componente manifatturiera continua a rappresentare una quota rilevante dell’occupazione locale, con molte imprese a carattere artigiano e subfornitrici integrate in catene del valore nazionali e internazionali. Allo stesso tempo, il settore dei servizi avanzati — consulenza, IT, logistica integrata — sta crescendo su ritmi superiori alla media provinciale, alimentato da start-up locali e da spin-off universitari che puntano su digitalizzazione e industria 4.0. Un fattore distintivo è la micro-targetizzazione dei distretti: aziende specializzate che mantengono margini grazie a competenze tecniche e relazioni di filiera consolidate.

Tra gli esempi concreti di adattamento strategico, emergono imprese che hanno investito in macchinari a basso consumo energetico, automazione e formazione interna per riallocare lavoratori verso mansioni a più alto valore aggiunto. Allo stesso tempo, alcune realtà hanno ripensato la propria offerta puntando su servizi post-vendita e soluzioni personalizzate, riducendo la vulnerabilità alla concorrenza basata solo sul prezzo. Il settore dell’evento e del turismo d’affari, trainato dalla presenza dell’autodromo e da convention, ha stimolato un indotto di strutture ricettive, ristorazione e servizi culturali, contribuendo a una stagionalità più stabile e a ricadute occupazionali nel breve periodo.

Non mancano però criticità: la difficoltà a reperire figure professionali con competenze digitali e tecniche aggiornate rimane un freno per molte PMI; l’invecchiamento del capitale umano spinge alcune imprese a cercare soluzioni tecnologiche per mantenere la produttività. Anche la pressione sui costi immobiliari e logistici, dovuta alla prossimità con l’area metropolitana, obbliga le aziende a ripensare modelli produttivi e politiche di investimento. Infine, la transizione ecologica richiede capitali e competenze per adottare processi a bassa emissione e per certificare prodotti nel rispetto delle norme ambientali.

Le implicazioni per il futuro del territorio sono chiare: chi saprà coniugare radicamento locale e apertura all’innovazione tecnologica avrà maggiori possibilità di crescita. Serve una strategia integrata che favorisca il matching tra offerta formativa e fabbisogni delle imprese, incentivi fiscali mirati per investimenti in green tech e digitalizzazione, e interventi infrastrutturali per migliorare la logistica e la mobilità sostenibile. Inoltre, valorizzare il patrimonio culturale e l’attrattività dell’autodromo come catalizzatore di eventi può consolidare un turismo d’affari più resiliente e a maggior valore aggiunto.

In prospettiva, la sfida principale sarà trasformare la resilienza storica del sistema produttivo in una capacità di anticipare i cambiamenti: decarbonizzazione, automazione intelligente e nuove competenze digitali non sono solo costi da sostenere, ma leve per aumentare qualità del lavoro, produttività e attrattività per investimenti esterni. Il successo dipenderà dalla collaborazione tra imprese, istituzioni locali, centri di ricerca e formazione per costruire percorsi condivisi di sviluppo.

Monza e Brianza hanno le carte in regola per restare un motore economico della Lombardia: la scelta di modernizzare le filiere produttive senza perdere il tessuto imprenditoriale diffuso sarà determinante. Le politiche pubbliche orientate a sostenere la transizione industriale e l’inclusione di nuove competenze potranno fare la differenza tra una conservazione passiva del presente e una trasformazione proattiva verso un modello di crescita sostenibile e altamente competitivo.

Imprese in Lombardia: numeri, trend e segnali per il prossimo biennio

La Lombardia resta il cuore produttivo d’Italia, ma il panorama delle imprese regionali è in rapida trasformazione. Tra la pressione competitiva sui mercati internazionali, l’accelerazione digitale e la transizione ecologica, le aziende lombarde stanno rimodellando strategie, investimenti e modelli organizzativi. Questo articolo offre un quadro aggiornato delle statistiche principali, esempi concreti e le implicazioni future per imprese, policy maker e investitori.

Contesto

Concentrazione industriale, densità di PMI e un tessuto imprenditoriale molto diversificato fanno della Lombardia una regione strategica per l’economia nazionale. Le imprese attive in Lombardia rappresentano una quota rilevante del totale italiano, con una forte presenza nei settori manifatturiero, moda, meccatronica, chimica e servizi avanzati come finanza e ICT. Negli ultimi anni si è registrata una crescita nelle nuove iscrizioni d’impresa, accompagnata però da una dinamica di consolidamento e chiusura in alcuni comparti tradizionali, spinta da concorrenza internazionale e inequivocabili cambiamenti strutturali.

Analisi: dati ed esempi

Dati di sintesi (range indicativo): la Lombardia contribuisce per circa il 22-24% al PIL nazionale e ospita oltre un milione di imprese registrate, con una densità di nuove aperture che ha mostrato una ripresa post-pandemia. Il peso delle esportazioni rimane elevato: i prodotti industriali lombardi continuano a rappresentare una fetta consistente del valore esportato dall’Italia, con mercati chiave in Europa, Nord America e Asia. Importante anche la presenza di startup e imprese innovative: cluster tecnologici e incubatori nelle aree metropolitane hanno favorito un aumento delle imprese ad alto contenuto tecnologico, soprattutto nei settori healthtech, cleantech e fintech.

Esempi concreti aiutano a comprendere le trasformazioni in atto. Una media impresa meccanica nell’area di Bergamo ha investito in tecnologie Industry 4.0 per incrementare la produttività e ridurre i tempi di fermo macchina, passando da una produzione coperta da ordini locali a una fornitura regolare per mercati esteri. Un atelier tessile milanese, rimodellando il proprio canale commerciale verso e-commerce e collaborazioni B2B internazionali, ha registrato una crescita delle vendite estere pur mantenendo una produzione locale artigianale. Infine, una startup fintech con sede a Milano ha attratto capitale di rischio per soluzioni di pagamento rivolte a PMI, segnalando la vitalità dell’ecosistema innovazione regionale.

Nonostante i segnali positivi, permangono criticità: l’accesso al credito per le PMI di dimensioni più ridotte resta fragile, la carenza di competenze specialistiche (in particolare nei ruoli digitali e ingegneristici) è un freno all’adozione diffusa di tecnologie avanzate, e alcune filiere tradizionali devono ancora completare la transizione ambientale richiesta dai mercati e dalla regolamentazione europea.

Implicazioni future

Per il prossimo biennio le scelte strategiche delle imprese lombarde saranno guidate da alcuni driver chiave. Primo, la digitalizzazione: le imprese che accelereranno l’adozione di soluzioni digitali e di automazione avranno margini competitivi maggiori, soprattutto nei settori manifatturiero e dei servizi avanzati. Secondo, la sostenibilità: l’investimento in efficienza energetica, economia circolare e prodotti a basso impatto sarà sempre più determinante per l’accesso a mercati e capitali internazionali. Terzo, il capitale umano: investire in formazione e attrarre talenti sarà essenziale per colmare il gap di competenze e supportare l’innovazione.

Dal punto di vista delle policy, servono misure che facilitino l’accesso al credito per le PMI, incentivi mirati per la transizione green e programmi territoriali di formazione tecnica. Il rafforzamento dei distretti industriali e delle reti d’impresa può inoltre favorire economie di scala e progetti di internazionalizzazione coordinati.

Per investitori e manager, il suggerimento operativo è chiaro: privilegiare imprese con roadmap digitali e di sostenibilità credibili, valutare partnership con incubatori e centri di ricerca locali e considerare modelli di export che diversifichino mercati e canali. Per le imprese, infine, la sfida è trasformare la resilienza sviluppata negli ultimi anni in capacità di crescita strutturale.

In conclusione, la Lombardia mantiene una posizione di avanguardia nel panorama economico italiano, ma la transizione tecnologica e ambientale richiede scelte rapide e coordinate. Chi saprà integrare innovazione, capitale umano e approccio sostenibile avrà le migliori opportunità per consolidare e ampliare il proprio ruolo sul mercato nazionale e internazionale.

Imprese in Lombardia: trend, numeri e scenari per la ripresa economica regionale

La Lombardia rimane il motore economico d’Italia, ma il quadro delle imprese regionali mostra segnali misti: resilienza in alcuni settori chiave, fragilità nelle filiere più esposte e una spinta crescente verso digitalizzazione e sostenibilità. Questo articolo analizza le tendenze più recenti del mondo imprenditoriale lombardo, mettendo a confronto dati, aree di specializzazione e casi concreti per capire dove si sta dirigendo la regione.

Contesto: dopo la fase acuta della pandemia e uno shock internazionale legato a inflazione e turbolenze nei mercati energetici, le imprese lombarde hanno mostrato capacità di adattamento. La regione continua a contribuire in modo consistente al PIL nazionale — rappresentando circa un quinto della ricchezza prodotta in Italia — e mantiene un peso rilevante nell’export. Tuttavia, la crescita non è omogenea: la competizione globale, la transizione energetica e i cambiamenti nel comportamento dei consumatori impongono scelte strategiche agli imprenditori.

Analisi: struttura e dimensione delle imprese. Le imprese lombarde sono prevalentemente micro e piccole imprese: oltre il 90% delle attività locali conta meno di 50 addetti, con un tessuto industriale fortemente frammentato ma caratterizzato da competenze specialistiche. I comparti tradizionali — meccanica, moda, arredo e agroalimentare — restano pilastri dell’economia regionale; accanto a questi, emergono settori ad alta tecnologia come l’ICT, le biotecnologie e le soluzioni per la transizione ecologica.

Occupazione e dinamiche del lavoro. Il tasso di disoccupazione in Lombardia è storicamente inferiore alla media nazionale, attestandosi su livelli contenuti grazie alla capacità di attrazione del mercato del lavoro urbano e alla vitalità delle PMI. Tuttavia, si osserva una crescente difficoltà nel reperire figure tecniche specializzate — dagli operai altamente qualificati ai profili STEM — che limita la scala dei piani di investimento delle imprese.

Export ed internazionalizzazione. L’export resta un elemento centrale: molte imprese lombarde operano su mercati esteri, con una buona performance nei beni intermedi e strumentali. Negli ultimi trimestri, la crescita delle esportazioni ha rallentato per via dell’incertezza geopolitica e della domanda europea debole, ma la domanda da paesi non UE e dai mercati asiatici continua a offrire opportunità di diversificazione.

Innovazione e digitalizzazione. La pandemia ha accelerato processi di digitalizzazione: numerose PMI hanno adottato soluzioni cloud, e‑commerce e tecnologie per la produzione intelligente. Tuttavia, la diffusione resta disomogenea: le aziende più grandi e quelle dei distretti industriali tradizionali hanno investito più intensamente, mentre molte micro imprese sono ancora nella fase embrionale di trasformazione digitale, frenate da risorse limitate e competenze interne scarse.

Sostenibilità e green transition. La pressione regolatoria e la domanda dei clienti spingono le imprese lombarde verso pratiche più sostenibili: efficientamento energetico, economia circolare e certificazioni ambientali diventano leve competitive. Settori come il trattamento rifiuti, l’efficienza energetica e le tecnologie per la mobilità sostenibile stanno attirando nuovi investimenti e iniziative imprenditoriali.

Esempi concreti. Nel distretto della meccanica, molte PMI stanno collaborando con centri di ricerca locali per integrare componenti digitali che permettono manutenzione predittiva e servizio post‑vendita più remunerativo. Nel tessile, l’adozione di filiere più corte e di materiali riciclati ha permesso ad alcune aziende di ritrovare margini sui mercati più attenti alla sostenibilità. Anche nell’agroalimentare lombardo si registrano modelli di successo legati all’export di prodotti DOP e all’innovazione logistica per la conservazione e distribuzione.

Implicazioni future: cosa aspettarsi e quale strategia adottare. Nel medio periodo, la solidità delle imprese lombarde dipenderà dalla capacità di investire in capitale umano, innovazione e infrastrutture digitali. Le politiche pubbliche e gli strumenti finanziari dovrebbero favorire l’accesso al credito per le PMI, incentivare la formazione tecnica e sostenere progetti di aggregazione per ottenere economie di scala. Per le imprese, diventa cruciale programmare la transizione energetica, digitalizzare processi e canali commerciali e puntare sull’internazionalizzazione diversificando i mercati di sbocco.

In conclusione, la Lombardia mantiene un vantaggio competitivo legato alla specializzazione produttiva e alla densità imprenditoriale. La sfida principale è trasformare questa base solida in un processo diffuso di modernizzazione, in cui anche le micro imprese possano accedere a competenze, investimenti e mercati. Se vinceranno questi nodi, le imprese lombarde potranno consolidare la propria leadership e guidare la ripresa economica regionale nei prossimi anni.

Dallo scarto al valore: il caso di una start‑up lombarda che trasforma gli scarti del mobile in business circolare

Nel cuore della Lombardia, tra officine di falegnameria e piccole aziende metalmeccaniche, è nata una risposta imprenditoriale a un problema storico della filiera del mobile: gli scarti e i componenti invenduti che appesantiscono costi e impatto ambientale. Questa settimana esploriamo il caso di una start‑up che ha trasformato rimasugli industriali in una piattaforma di valore, con ricadute economiche e ambientali per le PMI locali.

Contesto: la Brianza e l’intero distretto lombardo vantano una tradizione manifatturiera forte, specialmente nei settori dell’arredo e della lavorazione del legno. Le piccole e medie imprese rappresentano l’ossatura del territorio, ma devono sempre più confrontarsi con pressioni sui margini, vincoli ambientali e una domanda di economie circolari. In questo scenario è nata una nuova generazione di imprese che uniscono digitalizzazione e sostenibilità per convertire un costo — i materiali di scarto — in un’opportunità di ricavo e resilienza.

Analisi: la start‑up oggetto del caso — nata da tre giovani imprenditori locali con background in ingegneria gestionale, design e supply chain — ha creato una piattaforma B2B che connette produttori di mobili e fornitori di materiale usato, offrendo servizi di raccolta, certificazione e trasformazione. Il modello combina logistica condivisa, progettazione per il riuso e un marketplace digitale che facilita la vendita di componenti ricondizionati o semi‑lavorati.

Dal punto di vista operativo, la soluzione è articolata in tre moduli: (1) sensori e processi di selezione in officina per classificare qualità e potenziale riuso, (2) hub locali per ricondizionamento e crioconservazione, (3) piattaforma digitale per ordini e certificazione del ciclo di vita. Questo approccio ha permesso di ridurre i volumi di rifiuto destinati allo smaltimento e creare nuove linee di fatturato per le PMI coinvolte.

I numeri preliminari (con valori indicativi forniti dalla start‑up) mostrano l’impatto: il tasso di riutilizzo dei materiali è salito fino al 45% per le aziende pilot, con una riduzione dei costi di smaltimento del 30–40% e una nuova marginalità derivata dalla vendita dei componenti non più scartati. In termini occupazionali, la riconversione ha generato piccoli poli di lavoro per attività di ricondizionamento, design e logistica a livello locale.

Importante è il ruolo della collaborazione: la start‑up ha stipulato accordi con consorzi di imprese locali e centri di formazione professionale, valorizzando competenze tradizionali (falegnameria, tappezzeria) integrate da nuove figure (specialisti in economia circolare e data analyst). Inoltre, la piattaforma ha aiutato le PMI a migliorare la tracciabilità dei materiali, requisito sempre più richiesto dai clienti e dai regolatori.

Esempi concreti: una bottega di Brianza che produce complementi d’arredo ha ridisegnato una linea utilizzando pannelli recuperati certificati dalla piattaforma, trovando una nicchia di clienti interessati a prodotti a basso impatto e pagando un premio di prezzo del 15–20% rispetto alla gamma standard. Un’altra azienda ha convertito componenti in eccedenza in moduli per contract, aprendo contratti con studi di architettura orientati alla sostenibilità.

Implicazioni future: il caso evidenzia alcune tendenze e nodi critici per la diffusione di modelli circolari nelle PMI lombarde. Prima, la replicabilità: la logistica dei materiali e la standardizzazione delle qualità sono sfide che richiedono infrastrutture di prossimità e strumenti digitali condivisi. Secondo, il capitale: le start‑up come questa necessitano di investimenti iniziali per hub di rigenerazione e sviluppo software; strumenti finanziari dedicati e incentivi pubblici possono accelerare la scalabilità. Terzo, la domanda: il successo dipende dalla capacità di comunicare valore al cliente finale e di creare canali distributivi che apprezzino la storia e la tracciabilità dei materiali.

Per le PMI di Monza e della Brianza il messaggio è chiaro: trasformare gli scarti in risorse è possibile, ma richiede una combinazione di innovazione di processo, partnership territoriali e una visione di medio termine. Se supportati da politiche locali e accesso al capitale, questi modelli possono diventare un fattore competitivo distintivo, riducendo costi, migliorando l’immagine e aprendo nuove nicchie di mercato. La sfida ora è portare questi esempi da sperimentazioni locali a una pratica diffusa: una transizione che, se ben gestita, rafforzerà la resilienza e la sostenibilità del tessuto produttivo lombardo.

In chiusura, il caso esaminato mostra come l’innovazione non nasca solo da tecnologia avanzata, ma anche dalla capacità di riorganizzare filiere tradizionali con strumenti digitali e principi di economia circolare. Per la Brianza e la Lombardia, questa rappresenta una strada concreta per conciliare tradizione manifatturiera e modernizzazione sostenibile.

PMI di Monza e Brianza: spinta verso sostenibilità e digitalizzazione tra opportunità e ostacoli

Monza e Brianza sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nel sistema manifatturiero lombardo, con una fitta rete di piccole e medie imprese che sta affrontando una duplice sfida: rendere i processi produttivi più sostenibili e integrarli con strumenti digitali. Questa trasformazione interessa comparti storici — dal mobile al tessile, dalla meccanica di precisione ai servizi alle imprese — e condiziona la competitività locale a livello nazionale ed europeo.

Introduzione: contesto e motivazioni

La pressione regolatoria europea, la sensibilità crescente dei clienti verso prodotti a basso impatto ambientale e l’aumento dei costi energetici hanno spinto molte PMI brianzole a ripensare strategie e investimenti. Parallelamente, la digitalizzazione (Industry 4.0, piattaforme cloud, analisi dati) si è rivelata uno strumento chiave per migliorare efficienza, tracciabilità e rapporti con la filiera. Monza e Brianza si trova così al crocevia tra tradizione manifatturiera e innovazione tecnologica: il successo delle imprese locali dipenderà dalla capacità di conciliare questi due assi.

Analisi con dati ed esempi

I segnali di cambiamento sono evidenti, sia nei programmi pubblici che negli orientamenti privati. Studi locali e osservatori di settore rilevano che una quota crescente di PMI nella provincia ha avviato audit energetici e percorsi di certificazione ambientale. Le iniziative vanno dall’installazione di pannelli fotovoltaici sui capannoni alla sostituzione di macchinari con soluzioni a basso consumo, fino all’adozione di materie prime più sostenibili nelle filiere del mobile e del tessile.

Un caso rappresentativo è quello di una media impresa di arredamento brianzola che, negli ultimi tre anni, ha riorganizzato la produzione introducendo un sistema ERP integrato, sensori IoT per il monitoraggio dei consumi e un piano di eco-design per ridurre gli scarti. Il risultato: diminuzione dei costi energetici, migliore gestione delle giacenze e apertura a mercati esteri attenti alla sostenibilità. Altro esempio riguarda un’officina meccanica che ha sfruttato incentivi per l’efficientamento e ha introdotto macchine a controllo numerico connesso: ciò ha permesso di aumentare la produttività senza incrementare l’occupazione, migliorando la marginalità per commessa.

Non mancano iniziative di sistema: reti di imprese e consorzi locali stanno sperimentando piattaforme condivise per la logistica inversa (riciclo e riuso dei materiali) e per la certificazione di filiera. Anche le banche locali e gli operatori finanziari offrono linee di credito dedicate agli investimenti green e digitali, spesso abbinate a consulenze tecniche per superare la complessità delle procedure di accesso ai fondi.

Tuttavia esistono ostacoli significativi. Molte PMI segnalano barriere burocratiche, difficoltà di accesso a competenze digitali avanzate e carenza di risorse finanziarie per sostenere investimenti iniziali. Inoltre, la maggior parte delle imprese è ancora caratterizzata da processi artigianali e modelli organizzativi che richiedono tempo per essere riconfigurati.

Implicazioni future

Per i prossimi anni si delineano alcune implicazioni strategiche. Primo: la sostenibilità non sarà più un elemento differenziante ma un requisito minimo per accedere a mercati evoluti; le PMI che investiranno ora godranno di un vantaggio competitivo duraturo. Secondo: la digitalizzazione fungerà da leva moltiplicatrice, non solo per l’efficienza operativa ma anche per la personalizzazione dei prodotti e la gestione della relazione cliente-fornitore. Terzo: la formazione e la collaborazione saranno decisive: investire in competenze digitali e creare sinergie tra imprese, università e centri di ricerca può ridurre i tempi di adozione delle nuove tecnologie.

Sul piano delle policy locali, l’azione combinata di incentivi mirati, sportelli di assistenza tecnica e incentivi alla cooperazione produttiva potrebbe sbloccare molte potenzialità. Inoltre, una comunicazione efficace sui benefici economici degli investimenti green — non solo ambientali ma anche di produttività e accesso ai mercati — aiuterebbe a ridurre la percezione di rischio tra gli imprenditori.

Conclusione

Monza e Brianza possiede i fattori distintivi per gestire la transizione: un tessuto industriale variegato, una cultura imprenditoriale radicata e una posizione strategica nel sistema produttivo lombardo. La sfida consiste ora nel trasformare spinte individuali in un progetto collettivo che renda il territorio più resiliente, digitale e sostenibile. Le imprese che sapranno orchestrare tecnologia, capitale umano e sostenibilità saranno le protagoniste della nuova fase di crescita.

Immobiliare: mercato vivace, ma i redditi sono fermi

Nel nostro Paese aumentano le compravendite, ma sempre meno persone si sentono in grado di comprare davvero. È questa l’immagine che emerge dall’ultimo rapporto elaborato da Nomisma, un paradosso un po’ spiazzante del rapporto tra italiani e abitazione.

Perché se è vero che il mercato residenziale dà segnali di una certa vitalità, è altrettanto vero che per molte famiglie le entrate che non bastano più.

Redditi fermi, spese sempre più alte

Solo il 35,8% degli italiani ritiene di guadagnare abbastanza per coprire le spese essenziali. Non è solo una percentuale: è la misura di una sensazione diffusa di precarietà. Dall’altra parte cresce chi definisce il proprio reddito appena sufficiente o del tutto inadeguato: si parla di circa un quinto della popolazione.

In questo scenario, comprare casa diventa un obiettivo sempre più lontano, soprattutto nelle città dove i prezzi restano altissimi.  

Chi paga di più

Le difficoltà non sono distribuite in modo uniforme. I nuclei più esposti alle pressioni economiche – famiglie numerose, single di mezza età, anziani soli – sono quelli che sentono di più il peso dell’incertezza.

Non stupisce allora che oltre un quarto delle famiglie dichiari di non riuscire a risparmiare e che circa una su tre dica di aver visto ridursi ulteriormente la propria capacità di mettere qualcosa da parte nell’ultimo anno.

Il mercato è attivo, ma l’accesso è selettivo

Eppure il settore immobiliare sembra in buona salute. Nel 2025 si stimano circa 770 mila compravendite, un volume superiore ai livelli pre-pandemici. Anche i mutui sono tornati a crescere con decisione, con un balzo superiore al 30% rispetto all’anno precedente.

Ma c’è un dettaglio che cambia la lettura: la quota di famiglie che riesce davvero a ottenere un finanziamento resta più bassa rispetto ai picchi recenti. Segno che il credito è tornato, sì, ma con criteri più selettivi.

Affitto da scelta a necessità

Quando l’acquisto non è possibile, l’affitto diventa praticamente una scelta obbligata. Oggi oltre la metà degli inquilini vive la locazione non come un’opzione, ma come unica possibilità. In un solo anno è cresciuta anche la quota di chi resta in affitto per periodi lunghi, fenomeno particolarmente evidente tra giovani, autonomi e professionisti.

L’offerta non soddisfa i nuovi bisogni 

Il cambiamento è dovuto anche alle trasformazioni demografiche: più persone sole, meno famiglie con figli, popolazione che invecchia. Il risultato è una domanda crescente di case piccole, flessibili, spesso condivise. Iniziano ad apparire formule come co-living, student housing e senior housing, ma l’offerta manca. La ‘colpa’?  Pochi nuovi cantieri e vincoli che rallentano il recupero degli immobili esistenti.

Come osserva Chiara Pelizzoni, il nodo vero è lo scollamento tra un mercato ancora dinamico e una platea sempre più ampia di famiglie che si sentono economicamente fragili. La casa resta un simbolo di stabilità, ma per molti rischia di trasformarsi in un miraggio.

Olimpiadi Milano-Cortina 2026: 5 milioni di presenze in agriturismo

L’impatto delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina si inserisce in un trend già strutturale di crescita turistica per l’Italia: soggiorni medi più lunghi, una spesa giornaliera più elevata e una domanda sempre più orientata alla qualità dell’esperienza, alla natura e al cibo di origine certa.
Più in particolare, l’effetto della vetrina olimpica porterà oltre 5 milioni di presenze negli agriturismi montani, intercettando una quota rilevante di visitatori alla ricerca di autenticità, paesaggi, produzioni locali e attività all’aria aperta.

Secondo le stime di Coldiretti e Campagna Amica, diffuse in occasione dell’apertura della Bit, la Borsa del Turismo a Milano, gli agriturismi montani rappresentano un modello che coinvolge migliaia di aziende agricole, rafforza i piccoli comuni e valorizza i territori dove nasce gran parte delle produzioni Dop e Igp del Paese.

Il binomio sport e buon cibo alla ribalta mondiale

Da anni ormai l’agriturismo rappresenta un componente fondamentale del turismo delle zone montane. Una struttura agrituristica su tre, infatti, è localizzata in montagna e la presidia, e oltre 13.000 agriturismi offrono attività di trekking, equitazione, ciclismo, escursionismo, realizzando ogni giorno quel binomio tra sport e cibo sano che le Olimpiadi portano alla ribalta mondiale.

Questa di Milano-Cortina è la prima edizione dei Giochi Invernali pienamente aperta al pubblico dopo la pandemia, con una visibilità globale che proietta i territori olimpici sotto i riflettori internazionali.

La ristorazione contadina accompagna l’appuntamento sportivo

In questo contesto, sono protagoniste Coldiretti e Campagna Amica, con una presenza diffusa nelle principali sedi di gara, trasformando l’appuntamento sportivo in un’esperienza completa che unisce sport, agricoltura e identità territoriale.

A Bormio, ad esempio, il Villaggio Coldiretti Valtellina accompagna per tutta la durata delle Olimpiadi atleti e visitatori con mercati a chilometro zero, ristorazione contadina e attività di animazione dedicate alle eccellenze agroalimentari locali.
E a Cortina d’Ampezzo l’Italia del cibo e delle filiere agricole trova spazio nelle iniziative promosse dalle due associazioni all’interno dei luoghi simbolo dell’accoglienza olimpica, valorizzando i prodotti del territorio e il legame tra alimentazione, benessere e sport.

Un acceleratore di sviluppo duraturo per la montagna italiana

E ancora, a Predazzo, nel cuore della Val di Fiemme, la presenza di Coldiretti anima le serate olimpiche con eventi e degustazioni che raccontano la montagna trentina, le sue produzioni e la cultura agricola che la presidia ogni giorno.

Le stime di Coldiretti e Campagna Amica indicano così che Milano-Cortina 2026 non è solo un grande evento sportivo, ma un acceleratore di sviluppo duraturo per la montagna italiana, capace di consolidare il turismo rurale ed enogastronomico come asset strategico ben oltre i giorni delle competizioni.

Nuovo anno: gli italiani guardano al 2026 disillusi e poco entusiasti 

L’istantanea degli italiani scattata da due survey dell’Ufficio Studi Coop non lascia dubbi. Gli italiani che si affacciano sul 2026 sembrano immergersi in un ‘bagno di realtà’ dove conflitti bellici, diseguaglianze sociali, climate change sono moneta corrente e influenzano l’economia.

Preoccupazione è la prima parola scelta per definire l’anno che verrà (37%), anche se non manca la voglia di resistere: il 25% si attacca disperatamente all’ottimismo e il 24% chiama in causa addirittura curiosità e fiducia.
Tra gli opinion leader intervistati, la maggioranza (43%) utilizza il sostantivo ‘turbolenza’ per descrivere lo scenario 2026, il 34% sceglie ‘instabilità’ (‘stabilità’ 1%). Un’instabilità che orienta negativamente anche le previsioni sull’andamento dei mercati finanziari come in forte ribasso o soggetti a contrazione.

Un contesto caratterizzato da imprevedibili accelerazioni negative

Più gli italiani guardano allo scenario nazionale e internazionale più la tensione sale e ammanta di negatività le aspettative.
L’impressione è di essere in un contesto confuso ed erratico con improvvise imprevedibili accelerazioni, i cui comandi paiono affidati a pochi leader mondiali, Netanyahu, Putin e Trump, su cui pesano giudizi fortemente negativi (80%).

Così è anche per il mercato del lavoro (lo ‘vede nero’ il 43%, solo l’11% associa positività), per il fattore sicurezza (47% negativo, 8% positivo), l’accesso ai servizi sanitari (48% vs 9%) e non si fanno sconti neanche allo stato dell’economia italiana (percezione negativa 42%, 21% positiva) e i rischi dei cambiamenti climatici (negativi 50%, 20% positivi).

“Little Italy”

Comprensibile quindi attendersi un 2026 ancora difficile, con l’Italia che torna fanalino di coda dell’Europa.

Gli italiani sanno di dover spendere di più, ma lo faranno quasi esclusivamente per consumi di necessità. Oltre a utenze e bollette (+22%) il timore di spendere di più vale anche per la salute fisica (+10%) e il cibo (+9%). È un’Italia delle piccole cose dove la wish list per il nuovo anno si riempie di frugalità rinunciataria e dove sono soprattutto i ’vorrei ma non posso’ a dare il senso di un Paese raggomitolato nella dimensione familiare. Trasferirsi all’estero, cambiare lavoro, dedicarsi di più alla propria formazione rimangono quindi anche nel 2026 i sogni nel cassetto.

Giovani donne determinate ad avere successo

D’altronde la disillusione fa rima con la tranquillità, ma anche con un maggiore cinismo. Nel 2026 gli italiani sacrificano comportamenti ispirati a integrità e ideali, ma anche a generosità e altruismo, con i primi che scendono in due anni del 4% e i secondi del 9%, in nome di un disincantato benessere individuale.

Infatti, se ’tranquillità e armonia’ sale del 5% la ricerca di ‘realizzazione e successo’ personale del 10% in due anni.
Le più determinate per questo spostamento sul ‘sé’ sono le giovani donne. Il 26% delle 18-29enni punta sul successo. Sono il 10% in più rispetto alla media.

Marca del Distributore: la quota a valore sui beni di largo consumo cresce del +42%

Secondo i dati resi disponibili dal recente report ‘Demand Signals CPG Category Monitor’ di Circana, relativo al mese di novembre 2025, la presenza della Marca del Distributore (MDD) ormai si è saldamente radicata nel mercato alimentare europeo. Ed è ancora più marcata nel canale dei supermercati, dove la quota a valore ha raggiunto il 44% (175 miliardi di euro).

La MDD ora rappresenta il 42% di tutte le vendite a valore dei beni di consumo confezionati nei sei principali mercati europei, Francia, Germania, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito, per un valore complessivo di 317 miliardi di euro.
Poiché i supermercati agiscono come il canale più influente, sia per la MDD sia per i Marchi Industriali, questo spostamento segna un momento significativo per il panorama della distribuzione.

Le categorie alimentari trainano le vendite per oltre il 90%

A settembre 2025 l’inflazione totale nella UE e nel Regno Unito ha raggiunto il 2,2% su base annua, spinta da tassi di inflazione superiori al 3% in paesi come Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna, e toccando i livelli di picco in Francia e Germania. Sebbene l’inflazione alimentare sia scesa al 3,0%, rimane superiore ai livelli registrati in Italia, Paesi Bassi e Regno Unito.

Nonostante questo contesto inflazionistico, la performance del settore CPG (beni confezionati) ha continuato a migliorare. Nelle ultime 52 settimane, le vendite a valore hanno raggiunto 22,6 miliardi di euro, crescendo del 3,1%, mentre le vendite a unità sono aumentate dello 0,8%.
Questi incrementi sono stati trainati dalle categorie alimentari, responsabili di oltre il 90% della crescita totale del valore.

Cioccolato: l’aumento del prezzo è doppio rispetto ai Marchi Industriali

Nelle categorie alimentari, la MDD ha generato oltre la metà di tutta la crescita di valore, rappresentando tre quarti della crescita a unità.

Categorie come il dolciario hanno registrato un incremento del 6,8%, guidato dall’aumento dei prezzi unitari, in particolare, nel cioccolato. Qui, la MDD ha aumentato i prezzi a quasi il doppio del tasso rispetto ai Marchi Industriali.
Anche le bevande hanno avuto una performance positiva (+6,5%,) guidata da acqua in bottiglia, bevande gassate e caffè, così come i prodotti refrigerati e freschi (+5,1%).

Supermercati: brand riducono l’assortimento medio

Gli alcolici, al contrario, hanno continuato ad arrancare, con cali nelle principali categorie tra cui birra, vino e liquori, sebbene segmenti più piccoli, come gli spirit RTD, abbiano registrato una crescita.
La competizione all’interno dei supermercati rimane comunque intensa.

Nell’ultimo anno, i brand hanno ridotto il loro assortimento medio in modo più aggressivo rispetto alla MDD, sia nelle categorie alimentari sia in quelle non-alimentari. E sebbene la quota della MDD nei supermercati si sia mantenuta stabile nella EU6, nelle ultime 13 settimane si sono registrati lievi cali in Spagna, Paesi Bassi e Francia.

Spese obbligate: nel 2025 superano il 42% dei consumi familiari

Casa, energia, bollette, sanità, trasporti… sono le spese legate a beni e servizi di cui le famiglie non possono fare a meno. Queste spese obbligate continuano a erodere quote crescenti dei bilanci familiari, e nel 2025 arrivano a rappresentare il 42,2% della spesa totale, il +5,2% rispetto al 1995.
In termini monetari, nel 2025 a fronte di una spesa pro capite complessiva di 22.114 euro oltre 9.300 euro sono assorbiti da spese non comprimibili. E l’abitazione si conferma il capitolo principale, con una media annua di 5.171 euro, seguita da assicurazioni e carburanti (2.151 euro) ed energia (1.651 euro).

Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio sul periodo 1995–2025 si tratta di una dinamica ormai strutturale che riduce sempre più l’area delle scelte libere di consumo, limitando il potenziale di crescita legato alla domanda interna.

In 30 anni indice dei prezzi +132%

A rendere sempre più gravoso il peso delle spese obbligate è la dinamica dei prezzi: dal 1995 a oggi l’indice è cresciuto del 132%, più del doppio rispetto a quello dei beni commercializzabili (+55%). In particolare, l’energia ha visto i prezzi aumentare del 178% in trent’anni.

Sul versante dei commercializzabili se da un lato i servizi (ristorazione, turismo, tempo libero) mostrano segnali di recupero (+134 euro), dall’altro i beni tradizionali (alimentari inclusi) registrano un’ulteriore flessione (-57 euro). Una tendenza, che insieme alla riduzione demografica e al cambiamento delle abitudini di consumo, richiede attenzione. Per rilanciare la domanda interna è necessario rimuovere gli ostacoli che comprimono la libertà di spesa, a partire dal contenimento dei costi fissi e la tutela del potere d’acquisto.

Beni commercializzabili sempre più compressi

La parallela compressione della quota destinata al consumo di beni e servizi commercializzabili (nel 2025 si stima un’incidenza complessiva del 57,8%), ovvero, quelli il cui acquisto è legato a scelte e preferenze personali e familiari, sottende a sua volta dinamiche articolate.

La spesa per i servizi commercializzabili, che aveva registrato un deciso arretramento nel 2020, nei periodi più recenti è tornata ad aumentare in misura più significativa rispetto agli altri consumi, e nel 2025 è stimata al 20,8%. Quota che risulta ancora inferiore al 21,3% raggiunto nel 2019. Per contro i beni commercializzabili dovrebbero vedere nell’anno in corso un’ulteriore riduzione dell’incidenza, attestandosi al 36,9%.

Si spende di più per acquistare la stessa quantità

Vanno anche considerati gli importanti mutamenti demografici intervenuti nell’arco temporale oggetto d’osservazione. Oltre all’invecchiamento della popolazione a partire dal 2015 il numero di residenti in Italia ha mostrato una progressiva riduzione fornendo un inevitabile contributo negativo allo sviluppo della domanda.

Al di là dell’impatto che questi andamenti hanno sui comportamenti reali delle famiglie non vanno sottovalutati gli effetti in termini di aspettative. Se devo spendere di più per acquistare la stessa quantità di beni e servizi necessari ridurrò la quota destinata ad altri consumi nel caso in cui il reddito disponibile non cresca nella stessa misura.