Rapporto Ecomafia: nel 2024 crescono attacchi all’ambiente e corruzione

È quanto rivela il nuovo rapporto di Legambiente “Ecomafia 2025. I numeri e le storie delle illegalità ambientali in Italia”: l’attacco delle ecomafie all’ambiente e la piaga della corruzione crescono senza sosta. Nel 2024 viene superato il muro dei 40mila reati ambientali, che arrivano a 40.590, +14,4% rispetto al 2023. Una media di 111,2 reati al giorno, 4,6 ogni ora.

Il giro d’affari delle ecomafie nel 2024 vale 9,3 miliardi di euro (+0,5 miliardi) e cresce il numero dei clan coinvolti, 11 in più rispetto a quelli censiti nel precedente rapporto. Ma aumentano anche le inchieste: quelle censite dal 1° maggio 2024 al 30 aprile 2025 sono 88 (+17,3%) e le persone denunciate 37.186 (+7,8%), 

Dall’abusivismo edilizio ai reati nel ciclo dei rifiuti

Si tratta di inchieste che vanno dalla realizzazione di opere pubbliche alla gestione di servizi, come quelli dei rifiuti urbani e la depurazione, passando per la concessione di autorizzazioni ambientali alle imprese.
Nel 2024 il 42,6% dei reati ambientali si concentra in 4 regioni (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia).

Il maggior numero di reati si riscontra, a livello nazionale, nella filiera del cemento (abusivismo edilizio, cave illegali, ai reati connessi agli appalti per opere pubbliche) con 13.621 illeciti accertati nel 2024 (+4,7%), il 33,6% del totale. Seguono i reati nel ciclo dei rifiuti (11.166, +19,9%), e quelli contro gli animali (7.222, +9,7%).

Completa il quadro l’aumento degli illeciti amministrativi

Da segnalare l’impennata dei reati contro il patrimonio culturale (ricettazione ai reati in danno del paesaggio, scavi clandestini, contraffazioni di opere): 2.956 (+ 23,4%).
Per quanto riguarda le filiere illecite nel settore agroalimentare, a fronte di una leggera diminuzione dei controlli (-2,7%) si registra un aumento del numero di reati e illeciti amministrativi (+2,9%), nonché degli arresti (+11,3%).  A completare il quadro dell’illegalità ambientale del 2024 è la crescita degli illeciti amministrativi, 69.949 (+9,4%), equivalenti a circa 191,6 illeciti al giorno, 7,9 ogni ora. Per quanto riguarda i clan, dal 1995 al 2024 salgano a 389 quelli censiti.

Per quanto riguarda i delitti più gravi, al primo posto figura l’inquinamento ambientale con 971 illeciti (+61,3%) e 1.707 persone denunciate (+18,9%). 

Campania, Puglia, Sicilia sul podio per inchieste e arresti

La Campania svetta al primo posto con 6.104 illeciti penali, il 15% del totale nazionale, con un aumento delle persone denunciate (5.580), dei sequestri effettuati (1.431) e un totale di 50 arresti. La Puglia sorpassa la Sicilia e ritorna al secondo posto (4.146 reati, 10,2% del totale), facendo registrare il maggior numero di arresti (69).

Al terzo posto la Sicilia, con il 9,4% di illeciti penali. 
A livello provinciale Napoli (2.313 reati), si conferma al primo posto, seguita da Bari, che sale dal terzo al secondo posto (1.526) e da Salerno (1.321). 
In testa alla classifica regionale, la Campania, con 17 inchieste, seguita da Lombardia (16), Puglia (10), Sicilia, Lazio (8) e Calabria (6).

Rifugiati: la fragilità globale indebolisce il sostegno pubblico

Con l’aumento degli sfollati e le istituzioni tradizionali di supporto sotto pressione l’indebolimento del sostegno pubblico è una sfida significativa.
Sebbene l’opinione pubblica pensi che i governi più ricchi debbano fare di più, questo sentimento nei Paesi del G7è oggi più debole.

Secondo il sondaggio di Ipsos condotto in 29 Paesi in occasione della World Refugee Day 2025 del 20 giugno nonostante le complessità, il sostegno all’offerta di rifugio a coloro che fuggono da guerre o persecuzioni rimane forte, con il 67% a favore.
Svezia, Argentina e Paesi Bassi mostrano un forte sostegno al diritto di cercare rifugio e in Italia è d’accordo il 71%.
Al contrario, in Ungheria, Indonesia e Corea del Sud circa due quinti della popolazione è in disaccordo con questo diritto.

Le preoccupazioni sottostanti

Tuttavia, il sostegno è temperato dallo scetticismo. Preoccupazione primaria è la diffusa convinzione (54% in Italia) che molti richiedenti asilo siano principalmente migranti economici.
Questa percezione alimenta ansie sulla sicurezza delle frontiere e sull’integrazione dei rifugiati, portando in media il 49% a sostenere la chiusura completa delle frontiere. (Italia 40%).

Le preoccupazioni pratiche includono dubbi sulla capacità dei rifugiati di integrarsi nella società (43% Italia) e apportare contributi positivi (45% Italia).
Tra i fattori che contribuiscono a queste preoccupazioni, l’impatto negativo percepito sul mercato del lavoro, la cultura, lo stile di vita, l’economia nazionale, i servizi pubblici e la sicurezza nazionale.

Cambiamento nell’impegno personale

Nonostante le preoccupazioni, tre persone su dieci (38% nel 2024) continuano a sostenere attivamente i rifugiati, principalmente attraverso donazioni (11%) o impegno sui social media (10%). Quote simili si registrano anche in Italia, dove la maggioranza (74%) afferma di non aver intrapreso azioni negli ultimi 12 mesi. 
Il calo nell’azione personale è diffuso, con tassi particolarmente elevati, in Giappone, Corea del Sud e Ungheria. Questo declino può essere attribuito al cambiamento delle priorità pubbliche, in particolare alle preoccupazioni economiche, oppure ai conflitti geopolitici in corso. 

Sebbene l’azione personale per sostenere i rifugiati sia diminuita emerge un chiaro consenso riguardo alla responsabilità delle nazioni più ricche: il 62% ritiene che abbiano l’obbligo morale di fornire assistenza finanziaria, quota che in Italia aumenta al 67%.

Governi e organizzazioni internazionali dovrebbero fare di più

Questo senso di dovere morale non si traduce sempre in una convinzione di reciproco beneficio, con opinioni divise sul fatto che le nazioni più ricche traggano effettivamente vantaggio dall’aiutare i rifugiati nel lungo termine (52% d’accordo, 32% in disaccordo).
In Italia il 53% afferma di essere in accordo contro il 28% in disaccordo. 

Le persone vorrebbero vedere maggiori contributi finanziari da parte delle organizzazioni internazionali, come ONU e Banca Mondiale (42% Italia), proprio mentre gli aiuti all’ONU vengono drasticamente ridotti dai governi di altre nazioni più ricche (36% in Italia).
Ma una persona su sei (16%) vuole che il proprio governo faccia di più, (18% Italia).

Nel 2024 per mangiare fuori casa si spende meno del pre-Covid: “solo” 85 miliardi

Il livello attuale dei consumi alimentari riporta l’Italia ai numeri del 2015.
In particolare, nel 2024 per la ristorazione fuori casa gli italiani hanno speso una media di 3.264 euro a famiglia, raggiungendo 85 miliardi di euro, sotto i livelli del 2018 (87 miliardi) e 2019 (88 miliardi).

A quanto emerge dai dati elaborati da TEHA in occasione della 9a edizione del Forum Food&Beverage di Bormio, da oltre dieci anni la spesa degli italiani per il cibo è sostanzialmente uguale.
I consumi alimentari totali nel 2024 ammontano a 234 miliardi di euro, di cui 150 miliardi per il solo consumo domestico, che nei due anni del Covid (2020-2021 ha segnato il record di 157 miliardi. 

I motivi della stagnazione

“Alla base di questa stagnazione – dichiara Valerio De Molli, ceo e Managing Partner di TEHA – c’è una dinamica che distingue l’Italia da tutti gli altri Paesi OCSE: è l’unico Paese dove i salari reali medi sono diminuiti dal 2000, con una variazione annua negativa dello 0,2%, mentre la media OCSE registra un aumento dello 0,7%. A ciò si aggiunge la crescita dell’inflazione, in particolare quella alimentare, che ha raggiunto un massimo storico del +13,8% a ottobre 2022”.

La ripresa dei consumi interni rappresenta perciò una condizione fondamentale per il rilancio economico. La domanda interna sostiene il 60% del Pil, di cui i consumi alimentari costituiscono una parte fondamentale.
Per le imprese dell’agroalimentare, “diventa cruciale recuperare terreno rispetto ai livelli pre-crisi – aggiunge Benedetta Bioschi, partner TEHA – e innescare un circolo virtuoso di crescita sostenuta dalla domanda”. 

La pressione inflattiva sulla capacità di spesa non è uniforme

Nel 2023, il 78% della spesa delle famiglie con reddito più basso è assorbito da spese incomprimibili, il 25% in più rispetto alle famiglie con reddito più alto. Questa polarizzazione si riflette chiaramente nelle abitudini alimentari.

Le famiglie del ‘quinto quintile’ spendono in media 806 euro al mese per l’alimentazione in casa, accettando una spesa maggiore pur di acquistare la stessa tipologia di prodotto, mentre quelle del primo quintile si fermano a 372 euro. 
In pratica, l’impatto dell’inflazione non è uniforme e colpisce in modo più severo le famiglie con redditi più bassi.

Cucinare o ordinare sull’app di delivery sostituiscono il ristorante

La differenza è ancora più forte nel consumo fuori casa, che rappresenta il 43,1% della spesa alimentare per i redditi più alti e appena il 12,5% per i più poveri.
Allo stesso tempo, emerge una tendenza marcata a cucinare in casa.

Oltre il 90% del campione aumenterà questa abitudine, non solo per contenere la spesa, ma anche come risposta al bisogno di controllo e qualità del cibo.
E tre italiani su 10 manterranno o aumenteranno l’abitudine di ordinare cibo attraverso le app di delivery.

Retail ed e-commerce: l’evoluzione è omnicanale

Per il Retail è arrivata l’era dell’omnicanalità. Chi non saprà adattarsi rischia di rimanere ai margini di un mercato sempre più competitivo.
Negli ultimi anni, il settore Retail ha infatti conosciuto una trasformazione senza precedenti, dovuta alla crescente adozione delle nuove tecnologie da parte dei consumatori, e alla configurazione di nuovi canali digitali. 

Secondo  l’analisi ‘ReSync’ di Human Highway, nel 2025 il 90% delle grandi insegne del Retail organizzato offrono ai loro clienti il servizio di acquisto online.
Insomma, l’e-commerce non è più un canale aggiuntivo per il Retail, ma parte di una strategia integrata che coinvolge tutti gli asset.

Vendere online: da vantaggio competitivo a requisito base

Se prima l’e-commerce poteva sembrare un vantaggio competitivo, oggi è un requisito base per le insegne. Ma non basta più essere presenti sul Web. Da alcuni anni il vero tema di dibattito è l’integrazione tra i diversi canali, ovvero, l’omnicanalità.
Il passaggio dal semplice approccio multicanale a un’esperienza fluida tra ‘fisico’ e digitale ha ridefinito le dinamiche di vendita e la relazione con i clienti.

Servizi come l’acquisto online con ritiro in negozio (click&collect) o il ‘reso in store’ di prodotti acquistati sul web sono sempre più diffusi, perché offrono vantaggi ai consumatori (risparmio sui costi di spedizione, maggiore flessibilità) e ai retailer (possibilità di intercettare il cliente anche nel punto vendita fisico).

Dall’Elettronica alla GDO: il passaggio ai servizi integrati non è stato uguale per tutti

Non tutti i comparti del retail si sono mossi verso l’omnicanalità con la stessa rapidità.
L’Elettronica ha intrapreso questa strada dal 2017 e il Fast Fashion/Sport ha seguito un andamento parallelo. Media & Editoria ha mostrato un grande slancio nel 2020, l’anno della pandemia, e il Lusso è cresciuto, ma in modo più graduale, a causa di una customer experience che punta sull’esclusività del negozio fisico.

Per la GDO l’adozione di servizi integrati sta invece procedendo più lentamente, per via delle sfide logistiche e distributive. Tuttavia, il trend è in costante sviluppo.
Quanto a Farmacia/parafarmacia sta soffrendo la frammentazione del mercato e la carenza di risorse per implementare tecnologie di vendita online e customer care digitale.

La competizione si giocherà tra chi saprà innovare

Il consolidamento dei servizi omnicanale durante il 2023 pone una domanda sul futuro. Assisteremo a un’ulteriore evoluzione delle piattaforme e delle strategie di integrazione, o ci troviamo di fronte a un plateau di maturità?
Molte aziende sembrano intenzionate a investire ancora su sistemi che consentano di rendere più fluida l’esperienza del cliente, riducendo la separazione tra il mondo online e quello offline.

Il raggiungimento di un alto livello di integrazione dei canali richiede però investimenti in tecnologia, formazione del personale e riorganizzazione interna. Aspetti non sempre semplici da gestire in tempi brevi.
È probabile che la competizione tra i settori si giocherà su chi saprà innovare, adattando rapidamente i processi e creando un’esperienza unica, indipendentemente dal canale di vendita scelto dall’utente.

Vino ed export: i Fine Wines italiani conquistano gli americani 

In vent’anni i grandi vini italiani raddoppiano il fatturato e sono sempre più lanciati sul mercato internazionale. Nel 2024 le 18 aziende associate all’Istituto Grandi Marchi (IGM) hanno raggiunto un valore aggregato di 660 milioni di euro, di cui oltre il 55% proveniente dall’export.

Il 70% del fatturato estero di queste aziende proviene da mercati al di fuori dell’Unione Europea, in particolare nei mercati asiatici, che negli ultimi vent’anni hanno visto aumentare l’acquisto di vini di oltre il 130%. Ma sono gli Stai Uniti il principale mercato di destinazione per i fine wines italiani.

Emerge dalla ricerca commissionata dall’Istituto Grandi Marchi e realizzata da Nomina Wine Monitor in occasione del ventesimo anniversario dell’Istituto che riunisce alcune delle famiglie più prestigiose del vino italiano.

USA: numeri in controtendenza rispetto la media

Nonostante il contesto economico sfidante, caratterizzato da inflazione e alti tassi di interesse, da parte degli USA nel 2024 (gennaio-novembre) si è registrato a livello complessivo un aumento delle importazioni di vini dall’Italia. In particolare, il +5% in valore per i vini fermi imbottigliati e il +10% per gli spumanti.

Numeri in controtendenza rispetto la media del mercato, che vede in leggera diminuzione gli acquisti dall’estero.

Predominano i consumatori Millennial

Lo studio ha anche analizzato i comportamenti di consumo di 2.400 consumatori statunitensi di vino, distribuiti in California, New York, New Jersey e Florida). Il 30% di loro si definisce ‘real user’ di fine wines, con una predominanza di consumatori Millennial, uomini, appartenenti alla upper class e con una spiccata curiosità verso vini stranieri.

Del resto, dopo i vini locali, sono i fine wines italiani i più consumati dagli americani nell’ultimo anno. È cresciuta infatti la percezione dei fine wines italiani in termini di classe ed eleganza, attributi storicamente riservati ai vini francesi. Nel 2024, il 27% dei consumatori americani associa questi valori ai vini italiani. Ma un ulteriore dato promettente riguarda i non consumatori di fine wines italiani, di cui il 76% si dichiara interessato a provarli.

Una scelta influenzata da notorietà del brand e family business 

Il consumatore di fine wines italiani si distingue poi per un forte legame con l’Italia, che si esprime attraverso origini italiane o esperienze dirette, come visite recenti. Un elemento che gioca un ruolo fondamentale nella valorizzazione dei fine wines italiani sul mercato statunitense, dove la scelta di questi vini è influenzata principalmente da tre fattori, notorietà del brand, riconoscimenti ottenuti nelle guide di settore e unicità delle aziende a gestione familiare.

Quest’ultimo elemento risulta particolarmente rilevante per i Millennial, con il 16% che lo considera un aspetto determinante, rispetto all’11% della media generale.
L’importanza del family business e dell’eredità culturale, dunque, non solo rafforza la reputazione dei fine wines italiani, ma risulta anche un fattore cruciale per attrarre i consumatori più giovani, in particolare quelli sotto i 35 anni, che apprezzano la qualità e l’autenticità dei prodotti.

Frodi creditizie: +82% quelle con importi oltre i 10.000 euro

Nei primi sei mesi del 2024 l’analisi dell’Osservatorio CRIF – Mister Credit sulle Frodi Creditizie evidenzia un forte incremento dei casi di frode con importi superiori a 10.000 euro (+82,2%). Sebbene si osservi un calo degli importi medi (-5,7%) e complessivi (-5,1%), inizia a preoccupare il cambio di strategia criminale, che punta ad aumentare l’importo frodato.

Nel primo semestre 2024 in Italia si sono registrati oltre 17.200 casi di frodi creditizie, +0,6% rispetto allo stesso periodo del 2023, con un importo medio per frode di 4.568 euro e un valore economico complessivo che sfiora 79 milioni di euro.
L’aumento dei casi di frode con importi superiori a 10.000 euro segnala l’evoluzione delle strategie criminali, e richiede monitoraggio e interventi di protezione più mirati e sofisticati.

Prestito finalizzato la tipologia più coinvolta

Le frodi creditizie basate sul furto di identità continuano a rappresentare una sfida rilevante per il settore del credito, con particolare impatto sul credito al consumo. I casi di frode con importo inferiore a 3.000 euro continuano a costituire la maggioranza in termini assoluti (27,4% del totale), ma calano del -15,5% rispetto al primo semestre 2023.

La fascia di importo compresa tra 3.001 e 5.000 euro registra una diminuzione particolarmente marcata (-42,1%) rappresentando solo il 7,5% dei casi totali.
Quanto alle tipologie di finanziamento, il prestito finalizzato continua a essere la tipologia di prodotto più coinvolta (32,1%), tuttavia, negli ultimi anni è in calo e nel primo semestre del 2024 si riduce del -15,4%.

Nuove truffe sulle rate online: in 6 mesi +60% 

Un altro tipo di finanziamento in forte contrazione è quello delle carte di credito (-18,3%), ora circa il 10% dei casi totali.
In controtendenza, crescono le truffe che colpiscono il credito revolving, con un significativo aumento del +31,6% rispetto al primo semestre 2023. Aumentano anche i casi di frode sui prestiti personali (+7,4%, circa il 20% del totale), e continua la preoccupante ascesa delle frodi sui mutui: +64,5%.

Si diffonde poi una nuova tipologia di frode che colpisce la rateizzazione degli acquisti online (Buy Now, Pay Later, BNPL).
Sebbene rappresenti ancora solo il 4,5% dei casi, questa categoria mostra una crescita del +60%.

Aumentano le vittime ultrasessantenni

L’analisi della distribuzione delle frodi per classi di età conferma il maggior aumento percentuale per le vittime ultrasessantenni (+13,6%). Al contrario, si osserva un calo significativo tra gli under30 (-9,3%), che restano però una delle fasce più coinvolte (oltre 1 caso su 5).

Ma sono i 41-50enni i più colpiti, con il 22,7% delle vittime, mentre i 31-40enni arrivano al 20,6% del totale.
La ripartizione percentuale delle frodi per regione mostra maggiore incidenza in Lombardia, Sicilia, Campania e Lazio, seguite da Puglia e Piemonte.
Nel primo semestre 2024 la Sicilia sorpassa la Campania e raggiunge il secondo posto, mentre il maggior incremento rispetto allo scorso anno si registra in Emilia-Romagna (+14,9%) e il calo maggiore in Puglia (-15,5%) e Veneto (-14,4%).

Mutui immobiliari: le 5 paure più diffuse

Nel 2023 molti italiani hanno rinunciato ad acquistare una casa, probabilmente per l’aumento dei tassi, l’inflazione e la riduzione delle risorse economiche, ma anche, semplicemente, per timore di chiedere un mutuo. Le compravendite immobiliari sono infatti calate del 10%.
Facile.it ha redatto una beve guida per evitare gli errori più comuni, e superare le paure più diffuse degli aspiranti mutuatari.

E la prima è quella di non riuscire a ottenere il mutuo nel caso la banca rifiuti la richiesta.
Il consiglio è di non fermarsi alla prima banca: ogni istituto di credito applica politiche diverse in materia di concessione del finanziamento, e confrontare più banche è un ottimo modo di iniziare il percorso verso il mutuo.

Meglio tasso fisso o variabile?

La scelta del tasso (fisso, variabile, misto, con cap, ecc.) può sembrare complessa. La prima considerazione è che, in assoluto, non esistono soluzioni giuste o sbagliate, la scelta va presa in funzione delle caratteristiche di ciascuno. Sebbene al momento attuale i tassi fissi siano nettamente più vantaggiosi rispetto a quelli variabili, non è detto che in futuro le cose non possano cambiare.
Qualora si dovesse cambiare idea dopo aver sottoscritto il finanziamento, o dovessero cambiare le condizioni di mercato, si può sempre provare a rinegoziare il mutuo tramite un accordo con la propria banca o a surrogare, spostandolo presso un altro istituto di credito.

Devo indebitarmi a vita?

La durata del mutuo è un aspetto a cui fare molta attenzione perché determina il peso della rata mensile e gli interessi che graveranno sul finanziamento. Anche in questo caso, non esiste una scelta giusta o sbagliata in assoluto. Il consiglio è identificare la soluzione più adatta alle proprie esigenze, tenendo in considerazione che all’aumentare della durata del mutuo, gli interessi complessivi cresceranno e le rate mensili caleranno, viceversa, più sarà corto il finanziamento, meno interessi si pagheranno, ma l’esborso mensile sarà più alto.
Come per la scelta del tasso, rimane valida la possibilità di rinegoziare o surrogare il finanziamento, variando così la durata.

E se la rata sale troppo? Oppure non riesco più a pagarla?

La possibilità che la rata cambi durante il piano di ammortamento riguarda solo il tasso variabile. Di fronte a un aumento importante del peso della rata le soluzioni sono due: allungare il piano di finanziamento o provare a cambiare banca, cercando soluzioni più convenienti attraverso la surroga.

Ma poiché le banche non sono obbligate a concedere una rinegoziazione o la surroga, bisogna evitare di bussare all’istituto di credito quando si è già con l’acqua alla gola.
Può anche accadere che nel corso del piano di ammortamento si presenti un evento inaspettato, come un licenziamento. Diverse banche offrono insieme al mutuo servizi accessori, come la possibilità di sospendere il rimborso delle rate per un periodo determinato. Oppure, si può valutare la sottoscrizione di una polizza che tuteli in caso di perdita di lavoro, infortunio o decesso.

Torna la voglia di fare impresa: quasi 29.500 nuove aperture tra aprile e giugno

Emerge dall’analisi trimestrale Movimprese, condotta da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio: nel secondo trimestre 2024, riprende un po’ di vigore la voglia di fare impresa in Italia. Se le cessazioni hanno raggiunto le 51.967 unità, segnando un incremento rispetto alla media storica e il quinto aumento consecutivo in cinque anni, il saldo positivo tra aperture e chiusure tra aprile e giugno 2024 è pari a un incremento di 29.489 attività. Nonostante le sfide economiche persistenti, si tratta di un risultato superiore a quello dello stesso periodo dell’anno scorso.

Uno degli elementi chiave di questa crescita è stato l’aumento delle iscrizioni, che hanno toccato quota 81.456, registrando una ripresa di 2.179 unità rispetto allo stesso trimestre del 2023.

Il Sud è un motore di crescita

In termini assoluti il Sud Italia si conferma un importante motore di crescita, con un saldo positivo di 9.084 nuove imprese, e un tasso di crescita dello 0,44%, in linea con quello registrato nel medesimo periodo dell’anno precedente, ma inferiore a quello medio nazionale (+0,5%).
Anche il Nord-Ovest e il Centro Italia hanno mostrato performance positive, sia nei valori assoluti (+8.671 e +6.348 imprese) sia nei tassi di crescita, rispettivamente dello 0,56% e dello 0,51%. 

In particolare, la Lombardia si distingue come la regione più dinamica, con un saldo positivo di 6.483 imprese, seguita dal Lazio, che ha visto un incremento di 3.851 nuove attività.
Al contrario ma in termini di tassi di crescita, altre regioni, come la Sardegna (+0,02%), l’Umbria (+0,27%) e la Basilicata (+0,32%) hanno mostrato aumenti decisamente più contenuti rispetto alla media nazionale.

La ripresa vivace del settore turistico

A livello settoriale, i dati mostrano una stabilità nelle attività tradizionali come agricoltura, commercio e manifattura. Il settore del commercio, con 1.389.886 imprese, ha visto un incremento di 2.620 unità nel secondo trimestre 2024, con una crescita percentuale dello 0,19%, identica a quella dell’anno precedente. 

Un notevole dinamismo caratterizza invece i servizi di alloggio e ristorazione, che hanno registrato una crescita di 4.889 unità, pari a un aumento dell’1,08%
Il dato, superiore allo 0,97% rispetto al trimestre 2023, conferma la ripresa vivace del settore turistico, sostenuta dal rilancio post-pandemia e dall’aumento dei flussi.

In espansione le attività professionali

Anche le attività professionali, scientifiche e tecniche continuano a crescere in modo robusto, con un incremento dell’1,62% e 4.029 nuove unità nell’ultimo trimestre.
Il settore riflette una crescente domanda di servizi professionali e tecnici, probabilmente alimentata da un’economia sempre più basata sulla conoscenza e l’innovazione.

Tra i settori con la crescita percentuale più significativa si sono distinte le attività finanziarie e assicurative (+1,14%) insieme a quelle artistiche, sportive e di intrattenimento (+1,13%), indicando un aumento della domanda per servizi finanziari e un crescente interesse per le attività ricreative e di intrattenimento.

PIL italiano, buone notizie: si attende la crescita

Il Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano, in base alle previsioni, dovrebbe aumentare dell’1% nel 2024 e dell’1,1% nel 2025, mostrando una moderata accelerazione rispetto al 2023. Questa crescita sarà sostenuta da diversi fattori, con alcune variazioni tra i due anni. Lo rivela l’ultimo rapporto dell’Istat.

Gli aspetti che contribuiscono all’accelerazione  

Nel 2024, l’aumento del PIL sarà sostenuto sia dalla domanda interna al netto delle scorte, sia dalla domanda estera netta, ciascuna contribuendo con +0,7 punti percentuali. Tuttavia, il contributo delle scorte rimarrà negativo (-0,4 punti percentuali). Nel 2025, invece, la crescita dell’economia italiana sarà trainata prevalentemente dalla domanda interna, con un contributo di +0,9 punti percentuali.

Consumi privati e propensione al risparmio

I consumi privati continueranno a essere sostenuti dal rafforzamento del mercato del lavoro e dall’incremento delle retribuzioni in termini reali. Tuttavia, saranno frenati da un aumento della propensione al risparmio. Queste dinamiche determineranno per il 2024 una crescita moderata (+0,4%) dei consumi delle famiglie e delle ISP, con una successiva accelerazione nel 2025 (+1%).

Investimenti fissi lordi

Per gli investimenti fissi lordi si prevede una decelerazione nel biennio di previsione, con una crescita del +1,5% nel 2024 e del +1,2% nel 2025, rispetto al +4,7% del 2023. Questo rallentamento sarà determinato dal venire meno degli incentivi fiscali all’edilizia, che saranno però compensati dagli effetti delle misure previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e dalla riduzione dei tassi di interesse.

Occupazione e disoccupazione

L’occupazione, misurata in termini di unità di lavoro (ULA), crescerà in linea con il PIL (+0,9% nel 2024 e +1,0% nel 2025). Questo aumento dell’occupazione sarà accompagnato da un calo del tasso di disoccupazione, previsto al 7,1% nel 2024 e al 7,0% nel 2025.

L’andamento dell’inflazione

Nei prossimi mesi si prevede un graduale ritorno verso tassi di inflazione vicini ai target della Banca Centrale Europea (BCE). Questa dinamica determinerà una forte decelerazione del deflatore della spesa delle famiglie residenti, che passerà dal +5,2% del 2023 al +1,6% nel 2024, con un moderato incremento previsto per il 2025 (+2,0%).

Le incertezze globali

Lo scenario previsivo rimane caratterizzato da un’elevata incertezza dovuta all’evoluzione delle tensioni geopolitiche internazionali. Questi fattori di instabilità potrebbero influenzare le previsioni economiche e la crescita del PIL italiano nei prossimi anni.

Boomer: i trend che i marketers devono considerare

Più longevi, più ricchi dei giovani, con più tempo a disposizione (a meno che non decidano di continuare a lavorare), i Boomers non sono gli anziani di una volta. Nel 2024 coloro tra i 60 e i 78 anni sono 9,7 milioni in Spagna, 12,9 milioni in UK, 13,6 milioni in Italia, 14,3 milioni in Francia, 18,3 milioni in Germania.

Negli ultimi 50 anni hanno esercitato una grande influenza culturale e controllano buona parte della ricchezza dei Paesi più affluenti. È quindi imperativo per le aziende continuare a comprenderli, perché i Boomer sono la prima generazione che ha dimostrato al mondo cosa significa davvero innovare, tanto da trasformare il segmento ‘senior’ in qualcosa che prima non esisteva.
Ma quali sono i trend che i marketers devono tenere in considerazione sui Boomer? 

La pensione può attendere

Mentre la generazione precedente (nati fra il ’25-‘45) ha smesso di lavorare dopo 65 anni, alcuni Boomer continuano a farlo, spesso, per mantenere il livello di benessere e sostenere i figli adulti o per necessità di sentirsi inseriti nella vita sociale.

Parallelamente, iniziano altri progetti. Chi lavora continua a investire nei trasporti, abbigliamento, pasti fuori casa o tecnologia aggiornata, chi si ritira amplia i consumi del tempo libero (sport, cultura, viaggi). Per tutti cresce la centralità del benessere. Esercizio fisico e alimentazione corretta possono allontanare l’invecchiamento, ma non scongiurarlo, quindi aumenta la spesa la salute e la cura di sé. 

Un “esercito” di donne protagoniste

Per la prima volta un enorme numero di donne ha lavorato fuori casa e ora può disporre di maggior tempo e soldi da dedicare a sé. E se gli investimenti in cultura e viaggi parlano al femminile, le donne sono sempre più protagoniste anche delle decisioni di acquisto di auto e dotazioni della casa.

Il sostegno alla famiglia in senso lato (figli e nipoti) assume intensità diverse nelle grandi o piccole città, nei segmenti di status alto o basso, ma resta una rete di protezione importante (welfare familiare). Al contempo, nonni e consuoceri influenzano e contribuiscono alle decisioni di acquisto anche delle famiglia dei figli.
Quando poi inflazione e tassi crescono la duplice esigenza di salvaguardare il patrimonio e farlo fruttare coinvolge anche il supporto di figli e nipoti.

Un corso accelerato di digital education

La pandemia è stato un catalizzatore per una generazione da sempre ignorata dai digital marketer. Questa fascia anagrafica ha iniziato a ‘frequentare’ più spesso i social, fare acquisti ed effettuare pagamenti virtuali. Si sono sviluppate nuove forme di alfabetizzazione digitale trasformate in nuove abitudini destinate a restare.

Ma i senior sono comunque sottoposti anche a nuovi stimoli alimentari (nuove mode, integrazioni con proteine, vitamine o altro), e sarà interessante monitorare il livello di attrazione per queste nuove proposte.