Nuovo anno: gli italiani guardano al 2026 disillusi e poco entusiasti 

L’istantanea degli italiani scattata da due survey dell’Ufficio Studi Coop non lascia dubbi. Gli italiani che si affacciano sul 2026 sembrano immergersi in un ‘bagno di realtà’ dove conflitti bellici, diseguaglianze sociali, climate change sono moneta corrente e influenzano l’economia.

Preoccupazione è la prima parola scelta per definire l’anno che verrà (37%), anche se non manca la voglia di resistere: il 25% si attacca disperatamente all’ottimismo e il 24% chiama in causa addirittura curiosità e fiducia.
Tra gli opinion leader intervistati, la maggioranza (43%) utilizza il sostantivo ‘turbolenza’ per descrivere lo scenario 2026, il 34% sceglie ‘instabilità’ (‘stabilità’ 1%). Un’instabilità che orienta negativamente anche le previsioni sull’andamento dei mercati finanziari come in forte ribasso o soggetti a contrazione.

Un contesto caratterizzato da imprevedibili accelerazioni negative

Più gli italiani guardano allo scenario nazionale e internazionale più la tensione sale e ammanta di negatività le aspettative.
L’impressione è di essere in un contesto confuso ed erratico con improvvise imprevedibili accelerazioni, i cui comandi paiono affidati a pochi leader mondiali, Netanyahu, Putin e Trump, su cui pesano giudizi fortemente negativi (80%).

Così è anche per il mercato del lavoro (lo ‘vede nero’ il 43%, solo l’11% associa positività), per il fattore sicurezza (47% negativo, 8% positivo), l’accesso ai servizi sanitari (48% vs 9%) e non si fanno sconti neanche allo stato dell’economia italiana (percezione negativa 42%, 21% positiva) e i rischi dei cambiamenti climatici (negativi 50%, 20% positivi).

“Little Italy”

Comprensibile quindi attendersi un 2026 ancora difficile, con l’Italia che torna fanalino di coda dell’Europa.

Gli italiani sanno di dover spendere di più, ma lo faranno quasi esclusivamente per consumi di necessità. Oltre a utenze e bollette (+22%) il timore di spendere di più vale anche per la salute fisica (+10%) e il cibo (+9%). È un’Italia delle piccole cose dove la wish list per il nuovo anno si riempie di frugalità rinunciataria e dove sono soprattutto i ’vorrei ma non posso’ a dare il senso di un Paese raggomitolato nella dimensione familiare. Trasferirsi all’estero, cambiare lavoro, dedicarsi di più alla propria formazione rimangono quindi anche nel 2026 i sogni nel cassetto.

Giovani donne determinate ad avere successo

D’altronde la disillusione fa rima con la tranquillità, ma anche con un maggiore cinismo. Nel 2026 gli italiani sacrificano comportamenti ispirati a integrità e ideali, ma anche a generosità e altruismo, con i primi che scendono in due anni del 4% e i secondi del 9%, in nome di un disincantato benessere individuale.

Infatti, se ’tranquillità e armonia’ sale del 5% la ricerca di ‘realizzazione e successo’ personale del 10% in due anni.
Le più determinate per questo spostamento sul ‘sé’ sono le giovani donne. Il 26% delle 18-29enni punta sul successo. Sono il 10% in più rispetto alla media.

Marca del Distributore: la quota a valore sui beni di largo consumo cresce del +42%

Secondo i dati resi disponibili dal recente report ‘Demand Signals CPG Category Monitor’ di Circana, relativo al mese di novembre 2025, la presenza della Marca del Distributore (MDD) ormai si è saldamente radicata nel mercato alimentare europeo. Ed è ancora più marcata nel canale dei supermercati, dove la quota a valore ha raggiunto il 44% (175 miliardi di euro).

La MDD ora rappresenta il 42% di tutte le vendite a valore dei beni di consumo confezionati nei sei principali mercati europei, Francia, Germania, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito, per un valore complessivo di 317 miliardi di euro.
Poiché i supermercati agiscono come il canale più influente, sia per la MDD sia per i Marchi Industriali, questo spostamento segna un momento significativo per il panorama della distribuzione.

Le categorie alimentari trainano le vendite per oltre il 90%

A settembre 2025 l’inflazione totale nella UE e nel Regno Unito ha raggiunto il 2,2% su base annua, spinta da tassi di inflazione superiori al 3% in paesi come Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna, e toccando i livelli di picco in Francia e Germania. Sebbene l’inflazione alimentare sia scesa al 3,0%, rimane superiore ai livelli registrati in Italia, Paesi Bassi e Regno Unito.

Nonostante questo contesto inflazionistico, la performance del settore CPG (beni confezionati) ha continuato a migliorare. Nelle ultime 52 settimane, le vendite a valore hanno raggiunto 22,6 miliardi di euro, crescendo del 3,1%, mentre le vendite a unità sono aumentate dello 0,8%.
Questi incrementi sono stati trainati dalle categorie alimentari, responsabili di oltre il 90% della crescita totale del valore.

Cioccolato: l’aumento del prezzo è doppio rispetto ai Marchi Industriali

Nelle categorie alimentari, la MDD ha generato oltre la metà di tutta la crescita di valore, rappresentando tre quarti della crescita a unità.

Categorie come il dolciario hanno registrato un incremento del 6,8%, guidato dall’aumento dei prezzi unitari, in particolare, nel cioccolato. Qui, la MDD ha aumentato i prezzi a quasi il doppio del tasso rispetto ai Marchi Industriali.
Anche le bevande hanno avuto una performance positiva (+6,5%,) guidata da acqua in bottiglia, bevande gassate e caffè, così come i prodotti refrigerati e freschi (+5,1%).

Supermercati: brand riducono l’assortimento medio

Gli alcolici, al contrario, hanno continuato ad arrancare, con cali nelle principali categorie tra cui birra, vino e liquori, sebbene segmenti più piccoli, come gli spirit RTD, abbiano registrato una crescita.
La competizione all’interno dei supermercati rimane comunque intensa.

Nell’ultimo anno, i brand hanno ridotto il loro assortimento medio in modo più aggressivo rispetto alla MDD, sia nelle categorie alimentari sia in quelle non-alimentari. E sebbene la quota della MDD nei supermercati si sia mantenuta stabile nella EU6, nelle ultime 13 settimane si sono registrati lievi cali in Spagna, Paesi Bassi e Francia.

Natale 2025: meno budget per i regali, sale la spesa per i viaggi

Nel 2025 l’aumento dei prezzi colpisce anche il Natale. Secondo l’indagine congiunta Facile.it–Consumerismo No Profit commissionata a EMG Different quest’anno per le festività natalizie gli italiani spenderanno meno per regali e cenoni, mentre cresce il budget destinato ai viaggi.

Nel 2025, per l’aumento di altre spese familiari, 3 milioni di italiani spenderanno meno, e molti regali si pagheranno a rate. Diminuisce anche il budget a disposizione per pranzo o cena di Natale, pari a in media, 64 euro, per una somma totale che arriva a 2,7 miliardi (3,5 miliardi nel 2024).
Sebbene rispetto al 2024 la somma a disposizione per i regali di Natale cali di quasi il 20%, quest’anno gli italiani spenderanno circa 8,7 miliardi di euro, con un esborso pro-capite di 204 euro.

Cenone: conto più alto per lo stesso menu

L’aumento dei prezzi, in particolare, dei beni alimentari, incide in modo diretto sui piatti simbolo delle feste, lasagne, timballi, secondi di carne e dolci lievitati. Per le altre tavole delle feste, questo significa un conto più alto anche a parità di menu.

Ma ad aumentare sono anche i prezzi degli addobbi natalizi. Nel 2024 la spesa media per decorare un albero tradizionale era stimata a circa 270 euro, circa il 16% rispetto all’anno precedente. Per il 2025 non ci sono ancora dati definitivi, ma la pressione sui prodotti importati, spesso provenienti dall’Asia, resta alta, pertanto difficile immaginare che la situazione sul fronte prezzi possa migliorare.

Alle vacanze non si rinuncia

Se le rinunce degli italiani riguarderanno regali e cenoni, l’unica voce di spesa destinata a salire è quella legata ai viaggi. Secondo l’indagine EMG per Facile.it, saranno 10 milioni di italiani a partire per le festività natalizie o per Capodanno trascorrendo almeno una notte fuori casa, con un budget medio pari a 440 euro. Il 31% in più rispetto al 2024.

La spesa complessiva dovrebbe quindi superare 5 miliardi di euro, a fronte dei 3,9 dello scorso anno.
Brutte notizie soprattutto per gli amanti della montagna e della neve, che nel 2025 costerà più cara che mai.
Consumerismo No Profit stima che gli aumenti medi per la stagione in corso sono intorno al +4,1% per gli skipass e al +4,9% per le scuole di sci.
Se a skipass e noleggio attrezzatura si aggiungono vitto e alloggio, per una famiglia di quattro persone si arriva ad aumenti prossimi al 30%.

Attenzione al “tutto incluso”

Città d’arte, località termali e destinazioni del turismo invernale tradizionale offrono pacchetti di Natale e Capodanno che nelle strutture di fascia media superano anche 150 euro a notte a persona in mezza pensione, con punte ben più alte nelle mete più richieste o nei quattro/cinque stelle.

Ma attenzione a farsi convincere dall’all-included. Nelle proposte che includono cenone, intrattenimento e servizi benessere è utile distinguere fra ciò che ha un reale valore e ciò che è solo un plus di marketing.
Per evitare brutte sorprese al momento del conto, chiedere sempre il dettaglio scritto di ciò che è compreso e assicurarsi che eventuali supplementi (bevande fuori pasto, parcheggio) siano chiari prima della prenotazione.

Bambini, eccessiva esposizione ai display. L’allarme dei pediatri italiani

È sotto gli occhi di tutti: i bambini di oggi dormono meno, si muovono poco, parlano tardi e spesso sembrano vivere in un mondo loro, fatto di immagini e video che scorrono senza pausa. È il lato nascosto della tecnologia quando entra nella vita dei più piccoli troppo presto e senza filtri.
La Società Italiana di Pediatria (SIP), con dati aggiornati alla mano, torna a lanciare un messaggio forte: ogni anno in più lontano da smartphone e tablet è un investimento in salute, equilibrio e relazioni.

Le cifre parlano chiaro. Mezz’ora al giorno di schermi sotto i due anni può raddoppiare il rischio di ritardo del linguaggio; un’ora in più tra i tre e i cinque anni ruba circa 15 minuti di sonno; superare quotidianamente i 50 minuti aumenta il rischio di ipertensione pediatrica, e tra i tre e i sei anni cresce anche la possibilità di sovrappeso. Numeri che fanno riflettere.

Le nuove indicazioni della SIP: proteggere prima di tutto

Nel corso degli Stati Generali della Pediatria 2025, in Senato, la SIP ha presentato una revisione titanica: oltre 6.800 studi analizzati e 78 ritenuti solidi abbastanza da guidare nuove raccomandazioni. Il risultato? Una linea molto più chiara rispetto al passato. Smartphone personale non prima dei 13 anni, niente accesso libero a Internet prima di quella soglia e un uso dei social media da rimandare il più possibile, anche quando la legge teoricamente lo permetterebbe.

In casa valgono le regole del buon senso: niente dispositivi durante i pasti, mai prima di dormire, e spazio a giochi all’aria aperta, sport, lettura e attività che stimolino la creatività. Un consiglio che sembra quasi scontato, finché non si guarda la realtà: oggi la maggior parte dei ragazzi dorme con il telefono sul comodino.

Il cervello dei bimbi ha bisogno di tempo, non di connessioni

Il presidente SIP, Rino Agostiniani, lo spiega con parole semplici: infanzia e adolescenza sono periodi in cui il cervello si costruisce pezzo per pezzo. E una stimolazione digitale continua può togliere spazio a attenzione, apprendimento ed equilibrio emotivo. Posticipare l’ingresso nella vita digitale non è un “no”, è un regalo: più gioco, più sonno, più relazioni autentiche.

La coordinatrice della Commissione Dipendenze Digitali, Elena Bozzola, aggiunge che ogni ora di schermo è, concretamente, un’ora sottratta al bambino reale: quello che corre, si sporca, inventa e si confronta. Negli adolescenti, poi, gli effetti diventano ancora più evidenti: ansia, isolamento, dipendenza dai social e autostima in caduta.

Crescerli bene è un lavoro di squadra

La revisione della SIP elenca rischi che toccano tanti aspetti: obesità, sonno, vista, salute mentale, dipendenze, cyberbullismo, perfino la sessualità online. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di inserirla nella vita dei ragazzi quando sono pronti.

Famiglie, scuola e pediatri sono chiamati a fare squadra. La tecnologia può essere una risorsa meravigliosa, ma solo se arriva al momento giusto. Accompagnarli passo dopo passo, senza fretta, è forse il gesto d’amore più grande che possiamo fare ai bambini di oggi.

Crisi d’impresa: 423 aziende salvate dalla composizione negoziata

Secondo i dati più recenti, aggiornati al 10 novembre ed elaborati da Unioncamere sulla composizione negoziata sono 423 le istanze con esito positivo presentate dalle aziende e che hanno coinvolto 23mila dipendenti complessivi.

In totale, le istanze di composizione negoziata sono oltre 3.600, 1.800 in più dello scorso anno, 2.043 quelle archiviate (di cui 210 rifiutate e appunto 423 con esito positivo), e 320 i giorni necessari ad accompagnare le aziende in un percorso di risanamento e di soluzione della crisi. 
La composizione negoziata, introdotta per consentire il risanamento di aziende in condizioni di squilibrio patrimoniale o economico-finanziario, dal 2025 è infatti il principale strumento di soluzione della crisi di impresa. 

Raddoppiano i casi di successo

L’attrattività di questo strumento stragiudiziale si deve a una serie di vantaggi, tra cui il carattere stragiudiziale e volontario, le tempistiche brevi stabilite per legge, le trattative riservate tra debitore e creditore, i costi contenuti e la salvaguardia della continuità aziendale, la gestione diretta dell’impresa e l’accesso alle misure protettive del patrimonio. 

Nel 2025, oltre ad aumentare sensibilmente il numero delle istanze presentate sono raddoppiati i casi di successo e il tasso di successo, in media del 20%, ha raggiunto il 25% nell’ultimo trimestre 2025. Le istanze attualmente in gestione presso i vari esperti incaricati sul territorio nazionale sono 1.230.

Uno strumento poco attrattivo ed efficace per le piccole imprese

La maggior parte delle istanze ci concentra nel Nord Italia (53%), con Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Veneto che insieme superano il 50% del totale. 

Delle 3.483 imprese che hanno avuto accesso allo strumento, solo il 4% appartiene alla categoria di imprese con ricavi minori di 200mila euro, attivo patrimoniale inferiore a 300mila euro. debiti inferiori a 500mila euro. Questo dimostra come la composizione negoziata continui a rilevarsi poco attrattiva e anche poco efficace per le piccole imprese. Il tasso di successo in questo caso è pari solo al 9%. 
Le analisi condotte confermano che uno dei principali elementi di forza della composizione negoziata è rappresentato dalle tempistiche di svolgimento della procedura che sono più rapide e contenute rispetto a quelle giudiziali delle procedure concorsuali.

Manifattura, commercio, costruzioni i settori più rappresentati

Le tempistiche necessarie per giungere a una chiusura favorevole della composizione negoziata sono mediamente di 320 giorni. Nei casi di esito sfavorevole la durata media è di 207 giorni.
I settori economici più rappresentati sono le attività manifatturiere (22,6%), il commercio all’ingrosso e al dettaglio (20,8%) e le costruzioni (15,2%).

Il numero di addetti convolti nei processi di risanamento è di oltre 22.800, il valore medio di addetti per impresa è 70 e, nelle classi dai 10 addetti in su, si concentra oltre il 59% delle imprese, di cui il 16% presenta un numero di addetti superiore a 100.
Il valore medio della produzione delle imprese considerate, invece, è di circa 16 milioni di euro.

Coste italiane: 1 spiaggia su 5 potrebbe sparire entro il 2050

Lo rileva il XVII Rapporto ‘Paesaggi sommersi’ della Società Geografica Italiana: entro il 2050 l’Italia rischia di perdere il 20% delle sue spiagge, e il 45% entro il 2100.
La crisi climatica sta avendo un impatto enorme sui litorali, urbanizzati e non. Ma l’impatto è anche sulle aree agricole costiere, con un’accelerazione dei processi di salinizzazione che imporranno pesanti strategie di adattamento. 

In questo quadro la crisi climatica agisce come ‘moltiplicatore di stress’, rendendo i problemi ambientali e socioeconomici ancora più gravi. Tanto che per l’innalzamento dei mari le case di 800mila persone sono a rischio inondazioni temporanee o permanenti. A rischio maggiore l’Alto Adriatico, il 5’% dei porti e il 10% delle superfici agricole italiane.

Alto Adriatico, Gargano, diversi tratti della costa tirrenica, Cagliari e Oristano più a rischio

I territori più a rischio sono l’Alto Adriatico e in misura minore la costa pugliese intorno al Gargano, diversi tratti della costa tirrenica tra Toscana e Campania, le aree di Cagliari e Oristano.
A rischio sono anche la metà delle infrastrutture portuali, diversi aeroporti, più del 10% delle superfici agricole, buona parte delle paludi, delle lagune e le zone costiere cosiddette ‘anfibie’, a cominciare dal Delta del Po e dalla Laguna di Venezia.

Il problema non è solo la perdita di spiagge o l’inondazione dei litorali, urbanizzati o meno, di costa bassa, ma l’artificializzazione della linea di costa, con implicazioni paesaggistiche e di aggravamento della vulnerabilità dei territori.

In pericolo 800mila persone

“Secondo stime inedite – spiega la Società Geografica Italiana – sono 800mila le persone che vivono in territori sotto il livello del mare atteso e che rischiano processi di ricollocazione o che dovranno essere protetti da difese costiere artificiali sempre più pervasive.
Basti pensare che la fascia costiera non è solo la zona in Italia con la maggior percentuale di suolo artificiale e urbanizzato, ma è anche un’area dove il consumo di suolo prosegue incessante. Il Rapporto evidenzia che l’Italia rischia di perdere circa il 20% e il 45% delle proprie spiagge al 2050 e al 2100 rispettivamente, con punte in Sardegna, Lazio, Friuli-Venezia Giulia e Campania”.

Urbanizzazione, abusivismo, bonifiche hanno trasformato l’ambiente costiero

“Bonifiche, urbanizzazione, infrastrutturazione, abusivismo – aggiunge Stefano Soriani, professore di Geografia economico-politica all’Università Ca’ Foscari Venezia -: abbiamo trasformato la fascia costiera, un ambiente dinamico e instabile, in una linea di costa rigida e quindi fragile e vulnerabile.
Ora è indispensabile un cambiamento profondo dei regimi di gestione e pianificazione costiera, oltre che una ineludibile ma affatto scontata presa d’atto della centralità della ‘questione coste’ e della necessità di una sua ricomposizione a scala nazionale”.

AI: oggi è utilizzata dal 60% delle Human Resources

L’Italia, seconda potenza manifatturiera europea, oggi si trova davanti a una transizione decisiva. Ovvero, integrare Intelligenza artificiale e digitalizzazione per valorizzare il proprio capitale umano, e diffondere innovazione anche oltre le ‘superstar city’.
Nel 2025 la quota di leader Hr che ha avviato o pianificato progetti di Intelligenza artificiale generativa (GenAI) è salita al 61%. Nel 2023 non toccava il 20%, fermandosi al 19%.

Secondo la ricerca “Processi di AI e impatti HR”, realizzata dall’Osservatorio Luiss Business School in collaborazione con Hrc, è il segnale di “una svolta nella maturità digitale delle direzioni risorse umane delle aziende”.

Ma persistono forti gap culturali e generazionali

Lo studio è stato presentato nel corso del convegno Future @Work ‘Non dire domani’, l’appuntamento organizzato da Hrc Community, in collaborazione con Luiss Business School.
Secondo il prorettore Giuseppe F. Italiano e il professore Stefano Za, che hanno illustrato la ricerca, persistono però forti gap culturali e generazionali nell’approccio all’Intelligenza artificiale.

I millennial sono la fascia più predisposta al suo utilizzo. Il 90% di chi ha un’età tra 35 e 44 anni la utilizza e il 76% ne condivide suggerimenti o feedback. Al contrario, la fiducia nelle nuove tecnologie scende tra le generazioni più anziane.
In ogni caso, nel rapporto tra AI e lavoro, lo studio sottolinea come “l’Intelligenza artificiale, spesso percepita come una minaccia per l’occupazione, debba invece essere considerata un alleato strategico per migliorare efficienza, accuratezza e produttività”.

“Una risposta a bisogni reali, non un esercizio tecnologico”

“Le prime sperimentazioni – conferma lo studio -, pur concentrate in ambiti verticali, mostrano già benefici tangibili nella riduzione degli errori e nella rapidità decisionale”.

L’indagine afferma, inoltre, la necessità di “estendere la formazione a tutti i livelli, non solo ai leader, ma anche ai collaboratori, promuovendo una cultura della fiducia verso la tecnologia e la sua integrazione nei processi. L’adozione dell’AI – si legge nello studio – non può essere un esercizio tecnologico, ma una risposta a bisogni reali . Solo partendo dagli obiettivi strategici e dal valore per le persone è possibile costruire un modello di Intelligenza artificiale sostenibile e responsabile”.

Quali funzioni Hr traggono maggior beneficio dalla GenAI?

Quanto alle funzioni Hr che stanno beneficiando maggiormente della GenAI, sono recruiting & talent acquisition (per ridurre bias e ampliare i canali di selezione), learning & development (per creare percorsi formativi personalizzati e aggiornabili in tempo reale), performance & career development (con valutazioni più oggettive e coerenti con la strategia), people analytics (per anticipare rischi come turnover o assenteismo grazie a modelli predittivi), ed employee engagement, per monitorare il clima organizzativo e rafforzare la componente umana della relazione lavorativa, riporta ANSAcom in collaborazione con HRC GROUP.

Sempre più single in Italia: entro il 2050 saranno oltre 11 milioni

In Italia cresce il numero di persone che vivono da sole. Secondo le proiezioni di Vamonos Vacanze, tour operator specializzato in viaggi per single, entro il 2050 saranno più di 11 milioni gli italiani che vivranno senza partner o coinquilini.

Un cambiamento profondo, confermato anche dai dati di ISTAT, Eurostat, Confesercenti e Coldiretti, che sta ridisegnando non solo la società, ma anche il modo di viaggiare e di vivere il tempo libero.

Dai legami familiari al bisogno di connessione

L’identikit demografico dell’Italia sta vivendo un profondo cambiamento. Diminuiscono le famiglie tradizionali, mentre aumentano le persone che scelgono (o si trovano) a vivere da sole. Oggi in Italia sono già più di nove milioni, ma non si tratta di individui che vogliono isolarsi. Anzi, molti single vedono nel viaggio un’occasione per stringere nuove amicizie, scoprire luoghi e condividere esperienze.

Il turismo per single, un tempo considerato un fenomeno di nicchia, oggi vale oltre un miliardo di euro e cresce di anno in anno. Chi parte da solo tende anche a spendere di più: ricerca la qualità, preferisce esperienze personalizzate e si concede più libertà nella scelta delle mete.

I single spendono di più, ma scelgono meglio

Dai dati raccolti da Vamonos Vacanze emerge che la spesa mensile media di una persona sola è di circa 1.972 euro, pari al 70% di quella di una famiglia, ma con costi individuali più alti.

Secondo Coldiretti, un single spende dal 20 al 30% in più per i generi alimentari rispetto a chi vive in coppia: 337 euro al mese contro i 266 di una coppia e i 220 di una famiglia di tre persone.
Nel 2024, la spesa complessiva delle famiglie unipersonali ha superato i 235 miliardi di euro, pari al 26% dei consumi nazionali.
“Vivere da soli costa di più, ma offre anche più libertà e una maggiore propensione alla spesa per esperienze e viaggi”, spiegano gli analisti di Vamonos Vacanze, citando i dati di Confesercenti.

Il viaggio come occasione per ricominciare

Per il 63% dei single italiani, la vacanza ideale unisce relax, socialità e nuove conoscenze. Sempre più persone scelgono di partire da sole, ma in gruppo, per condividere esperienze con coetanei e nuovi amici.

Le mete più richieste? Isole Greche, Croazia, Francia, Spagna, fiordi del Nord Europa, Bahamas e Caraibi.
“Le nostre proposte sono pensate per far nascere legami autentici – spiegano da Vamonos Vacanze – con attività di gruppo, giochi, serate a tema e momenti di condivisione. Il viaggio, per noi, è un modo per ritrovarsi e riscoprirsi insieme agli altri”.

La longevità? Uno studio rivela che non è solo questione di DNA 

Una recente ricerca apre nuovi scenari sul dibattutissimo tema della longevità e rivela che quanto viviamo non dipende solo dal DNA ereditato dai genitori. La nuova ricerca guidata da Meng Wang, Senior Group Leader al Janelia Research Campus dell’Howard Hughes Medical Institute, spiega che la longevità può essere influenzata anche dall’epigenoma, cioè l’insieme di modifiche chimiche che regolano l’attività dei geni senza cambiare la sequenza genetica.

In pratica, i genitori potrebbero trasmettere ai figli non soltanto i geni, ma anche tracce delle loro esperienze cellulari.

I lisosomi al centro della scoperta

Lo studio è stato condotto sul nematode Caenorhabditis elegans, un piccolo verme usato spesso negli esperimenti di biologia. I ricercatori hanno scoperto che i lisosomi, organuli considerati a lungo i “centri di smaltimento” della cellula, hanno in realtà un ruolo molto più importante.

I cambiamenti che avvengono al loro interno possono essere comunicati alle cellule riproduttive grazie agli istoni, proteine che organizzano il DNA. Questo passaggio modifica l’epigenoma e permette di trasmettere alla prole informazioni legate alla longevità.

La risposta a un vecchio interrogativo

Era già noto che i lisosomi avessero un ruolo nel regolare la durata della vita, ma non si sapeva come questi segnali potessero essere trasmessi da una generazione a un’altra. Il nuovo studio offre una spiegazione: non serve cambiare il DNA, basta modificare il modo in cui esso viene regolato.

Si tratta di un tassello fondamentale per capire come possano essere ereditate alcune caratteristiche legate alla resistenza allo stress.

Perché è importante

La nuova scoperta, ovviamente, non riguarda solo un vermetto. I meccanismi epigenetici sono infatti presenti in molti organismi più evoluti, compreso l’uomo.

Capire come gli stress ambientali o i cambiamenti cellulari possano lasciare un segno duraturo sull’epigenoma potrebbe aprire nuove prospettive nello studio dell’invecchiamento e, un giorno, aiutare a sviluppare strategie per migliorare la salute delle generazioni future.

Si può immaginare un futuro diverso 

Il legame tra lisosomi ed epigenoma, messo in luce dal team di Wang, offre alla comunità scientifica un nuovo punto di partenza.

Non si tratta solo di comprendere meglio come funzionano i processi vitali, ma anche di immaginare un futuro in cui la conoscenza dei meccanismi epigenetici possa essere usata per affrontare malattie e allungare la vita rimanendo più sani.

Fashion & Beauty, un settore che cresce con l’omnicanalità


Moda e bellezza sono comparti particolarmente dinamici, trainati da uno sviluppo all’insegna della digitalizzazione. Parlano i numeri: il Fashion & Beauty si conferma tra i protagonisti del commercio globale, sostenuto dalla ricerca di esperienze d’acquisto sempre più personalizzate. In Italia, secondo i dati diffusi da Netcomm durante l’evento Netcomm Focus Fashion & Beauty 2025, il 77,5% degli utenti online – pari a 33,6 milioni di persone – acquista prodotti legati a moda e bellezza.

La maggior parte (70%) alterna acquisti fisici e digitali, dimostrando come l’omnicanalità sia ormai la norma. Un altro 20% si affida solo all’e-commerce, mentre appena il 10% resta fedele esclusivamente ai negozi tradizionali. Nonostante il calo di quest’ultima quota, il punto vendita mantiene un ruolo centrale: non più semplice luogo di acquisto, ma spazio esperienziale e di relazione con il brand.

Il nuovo customer journey

Oggi, per il 90% dei consumatori il primo contatto con un brand avviene attraverso l’online. L’e-commerce non è soltanto un canale di vendita, ma diventa uno spazio di scoperta, confronto e storytelling.

La ricerca evidenzia che un acquirente italiano utilizza in media 5,7 touchpoint prima di concludere un acquisto: siti ufficiali, vetrine digitali e motori di ricerca guidano le prime fasi, mentre lo store fisico resta fondamentale per provare i prodotti e ricevere consulenze personalizzate.

Profili e driver di scelta

Tra i consumatori emergono diversi profili: gli Abitudinari (39,2%), che acquistano con regolarità seguendo routine consolidate; i Convenience Seeker (25%), attenti al rapporto qualità-prezzo; e i Digital Power Buyers (13%), utenti spesso giovani, uomini e residenti al Sud, che utilizzano anche strumenti di intelligenza artificiale per personalizzare i propri acquisti.

I criteri principali che orientano le scelte restano il prezzo (55,1%), la fiducia nel marchio (25,2%) e la vestibilità (24,6%). Per l’acquisto online pesano invece rapidità, assortimento e convenienza.

Cresce l’attenzione a sostenibilità e second-hand

Il mercato dell’usato cresce tre volte più velocemente rispetto alla moda tradizionale. Nel 2024, il 58% degli americani ha acquistato capi second-hand e la Gen Z si conferma la generazione più sensibile al tema, con il 73% disposto a pagare di più per prodotti sostenibili.

In Italia resiste la predilezione per articoli nuovi, ma l’usato guadagna terreno soprattutto per quanto riguarda gli accessori. Nonostante questa nuova sensibilità, il fast fashion continua a conservare una posizione dominante, pur sotto la lente delle critiche per l’impatto ambientale, dato che produce il 10% delle emissioni globali di CO₂. Le nuove normative europee puntano a un cambio di rotta, introducendo ecodesign, divieto di distruzione dell’invenduto e passaporti digitali per tracciare la sostenibilità dei prodotti.

Si compra anche grazie alla tecnologia 

L’intelligenza artificiale non è più un esperimento, ma una realtà: il 16,6% degli acquirenti italiani già la utilizza per comparare prezzi e ricevere suggerimenti personalizzati. Crescono anche le applicazioni di realtà aumentata e virtuale per il virtual try-on, con effetti positivi su conversioni e riduzione dei resi.

TikTok e Instagram restano i canali preferiti per scoprire nuovi prodotti, dove i micro-creators superano le celebrità tradizionali in termini di credibilità e capacità di influenzare le scelte.