Lavorare meno: la settimana corta regala più tempo per il benessere

Oggi esistono le condizioni tecnologiche ed economiche per tagliare il tempo dedicato al lavoro, riducendo la settimana lavorativa a quattro giorni. Lo pensa il 71,3% degli occupati italiani.
Per il 55,1% dei dipendenti far carriera non è più una priorità nella vita, e il 64,7% concepisce il proprio lavoro solo come fonte di reddito. Inoltre, per il 44,7% degli occupati il lavoro è più un obbligo che una passione.

E se il 51,1% preferirebbe un’azienda di cui condivide i valori piuttosto che essere pagato di più, per l’88,2% avere più tempo per sé stessi e per il proprio benessere dovrebbe essere un diritto esteso a tutti. 
È quanto rileva il 9° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato con il contributo di Campari, Credem, Edison e Michelin.

Il 57,7% dei giovani pratica il right to disconnect

Ricevere e-mail, messaggi, telefonate fuori dell’orario di lavoro mette ansia al 45,8% degli occupati. E il 43,9% sceglie di praticare il right to disconnect, non rispondendo a e-mail, messaggi, chiamate fuori dall’orario lavorativo. In particolare, giovani (57,7%) e 35-49enni (47,5%).

Per il 57,7% degli occupati, poi, la propria retribuzione non è adeguata al lavoro che svolge, e il 55,4% pensa che la propria retribuzione non consenta di risparmiare. 
Il 52,4% degli occupati è anche convinto che con il lavoro non si diventi benestanti e il 78,9% dei lavoratori non si sente abbastanza valorizzato, mentre il 62,2% lamenta insufficiente autonomia.

La stanchezza psicofisica degli occupati

Secondo il 32,5% degli occupati il job hopping, cioè il cambio frequente di azienda, è maggiormente efficace per ottenere retribuzioni più alte rispetto alla fedeltà a una singola azienda. 

Al contempo, al 68,3% degli occupati capita di provare forme di “fatigue”, con estrema stanchezza psicofisica ed emotiva al lavoro.
In particolare, al 54,0% dei lavoratori è capitato almeno una volta di soffrire di ergofobia, ovvero, di avere paura all’idea di recarsi al lavoro, e al 21,7% capita di soffrire della sindrome dell’impostore, dubitando delle proprie competenze e successi e cercando di continuo l’approvazione altrui. 

Il prisma deformante dei social e il timore per l’AI

Il 36,7% degli occupati italiani utilizza l’Intelligenza artificiale nel proprio lavoro, ma il 42,6% teme che l’AI possa sostituirlo nelle proprie mansioni, e il 55,3% pensa che i dirigenti della propria azienda ripongono più fiducia nelle nuove tecnologie che nei lavoratori. 

Oltre al pericolo AI sussiste però anche quello dei social media. I social, infatti, proiettano un’idea di lavoro attraente, fatta di libertà, viaggi e successo personale.
Un’immagine del lavoro che il 64,4% degli occupati italiani ritiene fuorviante, irreale e falsa. La realtà è molto diversa.